Nasce la colpa, aquaforte, 1963, 45x60cm

 CARLO GAJANI | 23 gennaio - 12 febbraio 1965

Testo di Renato Barilli

Fino a qualche tempo fa, l’onirismo, ovvero il far ricorso in pittura a immagini tratte dall’universo del sogno, non riscuoteva di certo la mia più viva attenzione, era anzi considerato con appena celato sospetto; e credo che non fosse questa un’antipatia strettamente personale, ma comune a tutto un vasto ambiente di cultura. Ora invece all’onirismo va il mio più sollecito interesse, tanto è vero che anche per parlare dei quadri di Carlo Gajani sento di dover prendere le mosse di qui, di dover portare qualche schiarimento su tale nozione. E’ dunque avvenuto un capovolgimento di fede tanto radicale da esigere almeno un’ampia ritrattazione, un « mea culpa », un atto di sincera autocritica? In qualche misura non può non essere così. Ma d’altra parte non sarebbe neppure impossibile difendere una certa continuità e coerenza di giudizio fra la prevenzione di un tempo e l’interesse di adesso. L’onirismo, così come si presentò nella prima metà del secolo, e soprattutto al seguito del surrealismo, sembrava caldeggiare l’assunzione di un repertorio di « monstra » terrifici, indicare una via di fuga tangenziale da questo nostro mondo, verso l’edificazione di un universo clamorosamente alieno dal vivere comune. Si trattava dell’evocazione di un regno ove erotismo e sadismo e « mistero » si davano la mano per suggerire un tipo di esperienza completamente diversa da quella accessibile nello stato di veglia a occhi aperti. Le tele di un Delvaux, di un Dali, ma anche del resto quelle ben altrimenti incisive di un De Chirico, di un Tanguy, di un Ernst, facevano credere che tra l’esser svegli e il sognare corresse un confine radicale, si stendesse la frontiera tra due mondi pressoché opposti.  

L’onirismo che oggi mi interessa potrebbe invece esser definito come un onirismo quotidiano: ove è chiaro che i due termini si correggono a vicenda. Il « quotidiano » sta a indicare che all’artista contemporaneo è fatto obbligo di muoversi sulla scena attuale e immanente di tutto ciò che esiste attorno a lui. Quasi un recupero dell’impresa, del resto tanto legata a tutta la vicenda della modernità, di effettuare una « peinture de la vie moderne », o comunque di operare un riscatto del « décor », dell’ambiente in cui ci muoviamo usualmente: ecco quindi stanze, corridoi, « interni », che però non han nulla dell’affastellamento e della ricchezza di suppellettili e di ornamenti cari all’arredamento ottocentesco; ora il funzionalismo si impone con rigore, le pareti sono nude, fredde, come sterilizzate, sottolineano lucidamente la tensione dinamica, lo sprofondamento delle linee di fuga. O se le pareti si aprono e interrompono il loro assillato concorrere verso un punto lontano, è per lasciar posto ai simboli ossessivi di un « vedere » ingrandito, lenticolare, comunque artificiale: il « vedere » degli schermi cinematografici e televisivi, oppure di microscopi, o di lunghe file di « monitors », in cui un’immagine viene spezzata e captata secondo una grande varietà di angolazioni. Su questa « peinture de la vie moderne », già essa stessa opportunamente aggiornata, interviene poi, appunto, la componente onirica, a imprimerle un carattere assai diverso da quello di cui essa godeva in altre stagioni. La scena non ha più nulla di consistente, di materiale e solido, un’impronta ipotetica si stende su tutto, a fluidificare la rappresentazione, a renderla mobile e irrequieta. Consideriamo ad esempio il colore dei quadri di Gajani: un colore sospeso tra il sensibile e il mentale, il colore appunto dell’esperienza onirica, quando la realtà non ci squaderna impressionemente le sue screziature molteplici, le sue continue e infinite variazioni; quando invece gli oggetti ci si presentano magri ed essenziali, semidealizzati, immersi in una tonalità unica stesa contratto omogeneo e stereotipato. Più che di colore, si dovrebbe infatti parlare ancor meglio di una sorta di bagno cromatico, effettuato con ricorso alle tinte neutre, ai bruni diffusi, ai grigi perlacei, quasi al limite del « bianco e nero ». E dell’esperienza onirica, i quadri di Gajani riprendono anche la libertà di montaggio: quelle fughe di corridoi, quelle prospettive di stanze, che ne sono uno dei motivi più ricorrenti, sarebbe impresa impossibile ricondurle all’unità di una topografia regolare, da potersi registrare su una carta. E’ una concretezza illusoria, quella posseduta dai vani e dalle stanze che pure ci si spalancano innanzi con definizione abbastanza ferma: così come la sostanza dei loro muri appare molto dubbia e in nessun modo resistente al tatto.  

Come poi in un’autentica esperienza onirica, così anche in un quadro di Gajani la scena che ci viene offerta non è mai neutra, compiacutamente aperta ai piaceri di un puro spettacolo di colori e di forme: si avverte invece chiaramente che essa bagna in un’atmosfera di allarme, di tensione, di pericolo imminente. Non abbiamo semplicemente un vuoto « décor », bensì, per così dire, il luogo di un delitto, l’ambito ove qualche evento crudele si consuma. E’ certo infatti che l’onirismo, pur molto vario nella gamma dei suoi affetti, propende tuttavia, complessivamente, per le atmosfere angosciate e tormentose, per le situazioni insidiose e gravide di pericolo. E così si dica anche per Gajani, come in genere per chi pratica un’arte onirica. Ma ecco che di nuovo riprende a funzionare l’altra componente, la componente della quotidianità: ai tempi dell’onirismo classico, questo senso di angoscia e di crudeltà inevitabilmente connesso all’universo del sogno veniva sollecitato al massimo così da approdare alla complicazione di esseri mostruosi, di forme disumane. Ora invece è come se avessimo contratto una specie di pudore, verso un’esibizione così truculenta e sconvolgente; gli eventi esprimenti l’atmosfera complessiva di insidia e di rischio si concedono quindi, al giorno d’oggi, un’estrinsecazione molto più rapida e provvisoria; sono appena fugaci ectoplasmi che prendono un po’ di consistenza in qualche punto della tela, ma per il resto mantengono la maggior parte del loro corpo a uno stato diffuso e potenziale: più che divenire spettacolo essi stessi, preferiscono diffondersi per le pareti e le stanze del « décor » moderno, distendervi un’epidermide sottilmente angosciosa e allarmante.