CONTINENTAL
Eva Marisaldi
in collaborazione con Enrico Serotti.
a cura di Leonardo Regano
23 gennaio - 25 aprile 2026
La Galleria de’ Foscherari presenta Continental, personale di Eva Marisaldi in collaborazione con Enrico Serotti, a cura di Leonardo Regano. Il progetto propone una riflessione sull’Eurasia come territorio mentale e performativo, decostruendo le rigide divisioni geopolitiche tra Europa e Asia attraverso un ciclo di nuove opere che spaziano dal video al disegno, dalla scultura all’installazione. Dalla video-opera DJ, che presenta un lavoratore afghano in veste di deejay, alla serie di disegni Continental, archivio vernacolare della contemporaneità eurasiatica, fino all’installazione sonora For Ken Loach, omaggio alla solidarietà collettiva ispirato al cinema del regista britannico, Eva Marisaldi attiva operazioni di straniamento e détournement. Le opere intercettano flussi, frammenti e residui culturali, restituendo l’Eurasia non come unità geografica da mappare, ma come spazio relazionale da attraversare. Sulle orme del Marco Polo riletto da Šklovskij, Marisaldi e Serotti costruiscono un viaggio non lineare che dissolve le narrazioni identitarie consolidate, rendendo visibili forme di appartenenza e coesione attraverso gesti minori e pratiche quotidiane.
«Where and what is Europe?» si domandava Jimmie Durham in The History of Europe (2012), interrogando lo statuto stesso del continente europeo come entità naturale. Già a partire dalla metà degli anni Novanta, l’artista americano aveva rimarcato come la separazione tra Europa e Asia rispondesse a paradigmi politici, storici e identitari anziché a criteri geografici: «I can be Eurasian just by living on this continent, but I can never be European, because to be European you have to be born into one of these nation states that form its political history. To be European, you have to be French or Italian or German or English, but to be Eurasian you can be anything» (Durham, 1996). Trent’anni prima, Joseph Beuys aveva fatto dell’Eurasia uno strumento critico contro la rigida divisione tra Oriente e Occidente. Nell’azione Eurasienstab (1967–1968, Vienna e Anversa, con Henning Christiansen), l’artista tedesco aveva messo in scena un rituale di riunificazione dei quattro venti eurasiatici, utilizzando un lungo bastone di rame - attributo sciamanico per eccellenza - come simbolo di equilibrio tra razionalismo europeo e misticismo asiatico. L’Eurasia, per Beuys, non era geografia verificabile ma territorio mentale e performativo. Dal punto di vista geomorfologico, del resto, la distinzione tra Europa e Asia è priva di fondamento scientifico (Dunn, 1989). La linea immaginaria che corre dagli Urali al Mar Caspio e al Mar Nero risponde a esigenze storiche, socio-politiche e culturali piuttosto che all’evidenza della placca continentale eurasiatica. Europa e Asia sono, in questo senso, metageografie - spazi frammentati da narrazioni identitarie, classificazioni culturali e differenziazioni simboliche (Lewis & Wigen, 1997). Con Continental, Eva Marisaldi, in collaborazione con Enrico Serotti, articola una riflessione sull’Eurasia attraverso un corpus di opere che attraversano video, disegno, scultura e installazione. Non si tratta di costruire una mappa alternativa, ma di restituire il continente come campo di tensioni e possibilità, come spazio attraversabile e relazionale. In questa prospettiva risuona la lettura che Viktor Šklovskij propose nel 1931 del viaggio di Marco Polo: non una descrizione oggettiva del mondo, ma un dispositivo di straniamento capace di sottrarre luoghi e culture all’automatismo della percezione. L’Eurasia non è raccontata come unità da mappare, ma come spazio da attraversare e continuamente rimettere in questione. DJ, video posto in apertura della mostra, opera questo primo slittamento percettivo. Partendo da una fotografia di un lavoratore afghano che posa come dj utilizzando suoi attrezzi di lavoro, l’opera lo anima in un loop ipnotico. Questa animazione anticipa il modus operandi dell’intero progetto, fondato sulla sovrapposizione di azioni, contesti e flussi culturali.
La serie di disegni Continental declina questo principio come archivio vernacolare dell’Eurasia contemporanea. Immagini tratte da quotidiani e riviste si accostano in un montaggio in cui si alternano ricchezze e povertà, pace e guerra, soprusi e riscatto. I muli dipinti per sembrare zebre nello zoo di Gaza diventano emblema della capacità di immaginare alternative anche in tempo di guerra, gesto insieme disperato e visionario che rende manifesta la resistenza dell’immaginazione alla brutalità del reale. In Shampoo 1 e Shampoo 2, la deriva attraverso il continente assume forma mediale. La selezione casuale di stream radiofonici, unita alla comparsa aleatoria di versi poetici sullo schermo, genera attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale che riecheggia le pratiche dadaiste del cut-up - una condizione di ascolto instabile e polifonico. In questo flusso simultaneo di lingue, musiche e testi, la nozione rigida di nazione si dissolve, lasciando emergere un’identità continentale fluida e processuale.
Il tema della defunzionalizzazione trova in Pachifiko una formulazione insieme storica e augurale. Le tavole di legno dipinto riproducono la struttura del Pachinko, il celebre gioco d’azzardo giapponese, decorate con motivi tratti da xilografie settecentesche raffiguranti fuochi d’artificio. La genesi del Pachinko, nato nel dopoguerra dal riutilizzo di cuscinetti a sfera originariamente destinati a motori di veicoli e aerei militari, costituisce il nucleo concettuale dell’opera: le sfere metalliche che alimentavano la macchina da guerra divennero le palline d’acciaio del gioco popolare. Questa conversione dall’arsenale bellico all’intrattenimento si fa metafora di una possibile trasformazione e, al contempo, interrogazione sulle attuali tensioni geopolitiche nell’area del Pacifico tra Stati Uniti, Cina e Taiwan. L’installazione For Ken Loach introduce la dimensione collettiva e politica del progetto. L’opera rievoca un episodio reale avvenuto a Londra: un gruppo di gelatai ambulanti organizzò un corteo funebre sonoro per un collega scomparso, accompagnandolo coi loro furgoni, trasformando il lutto privato in gesto pubblico e condiviso. I furgoncini disposti nello spazio espositivo diffondono le tipiche melodie commerciali, ma la loro sovrapposizione genera una cacofonia in cui il suono si emancipa dalla funzione pubblicitaria e assume carattere elegiaco. Il riferimento a Ken Loach - e in particolare a The Spirit of ’45 (2013), film sulla nascita del welfare state britannico - è esplicito: For Ken Loach può essere letta come micronarrazione di quella stessa solidarietà collettiva fondata sull’esperienza comunedel lavoro e della perdita.
Una forma di socialità informale e non istituzionalizzata, in cui una comunità si riconosce attraverso un gesto insieme ludico e profondamente politico. In Eurasia Marisaldi fissa una serie di bassorilievi in gesso di sei fotogrammi tratti da un video divenuto virale, diffuso in rete da due giovani iraniane nel contesto della cosiddetta “primavera araba”. La scena, ambientata in una strada di Teheran, mostra una ragazza che riprende l’amica mentre, correndo alle spalle di un imam, con un gesto rapido e leggero gli fa cadere il turbante, per poi proseguire la propria corsa. Si tratta di un’azione minima e non violenta, una performance effimera insieme irriverente e giocosa, in cui la temporanea destabilizzazione di un segno visibile dell’autorità religiosa si traduce in un atto simbolico di dissenso, affidato alla leggerezza del corpo e alla fugacità dell’immagine.
Il video Social, girato in Salento mediante camera a fibra ottica per riprese macro a livello del suolo, assume come soggetto l'attività delle formiche - non in termini documentaristici, ma come osservazione della loro organizzazione sociale: flussi coordinati, “trasporti eccezionali”, strutture emergenti nell'apparente caos. Ogni inquadratura nasce da un set allestito in cui elementi naturali (fiori secchi e freschi, frutti, pelli di biscia, resti di insetti) si intrecciano a materiali artificiali e residuali (viti arrugginite, mollette, cartucce da caccia, sassi incisi a laser con scritte, ritagli di giornale, fili d'erba tessuti). Le riprese, effettuate tra le sette e le otto del mattino nell’arco di tre estati (2023-2025) per ottenere luce radente naturale, trasferiscono le tematiche della mostra in forma allusiva all'interno di un mondo in scala ridotta, altrettanto complesso, caotico e rigorosamente organizzato. Lo sguardo macro diventa dispositivo di straniamento che rivela, nel microcosmo delle formiche, le stesse dinamiche di flusso, organizzazione e attraversamento che definiscono lo spazio eurasiatico. Emerge così una postura ricorrente nel lavoro di Marisaldi e Serotti: l’attenzione per pratiche quotidiane e marginali che, attraverso minimi slittamenti di contesto, rendono visibili forme di appartenenza e coesione altrimenti invisibili. La dimensione geopolitica si manifesta a partire da gesti minori e situati non dall’alto delle grandi narrazioni, ma dal basso delle vite concrete.
Attraverso operazioni di détournement, straniamento e deriva, Continental decostruisce le geografie consolidate e le grandi narrazioni identitarie. Le opere non offrono sintesi o risoluzioni, ma moltiplicano i punti di vista, attivando esperienze di attraversamento che rendono percepibile l’Eurasia come campo di tensioni e infinite storie simultanee. Come un DJ che mixa tracce diverse per generare un paesaggio sonoro sempre nuovo, Marisaldi e Serotti compongono un atlante frammentario in cui il continente emerge non come entità data, ma come spazio in perpetuo divenire.
Opere in mostra:
- DJ - video loop su supporto a led rotanti
- Shampoo 1 - sistema informativo audiovisivo
- Pachifiko - sei macchine da pachinko, "giocabili", a parete
- Tappeta - lavoro in tessuto a terra
- Social - video, sonoro
- Eurasia - sei bassorilievi in gesso a parete
- For Ken Loach - sei camioncini a terra, sonori
- Shampoo 2 - sistema informativo audiovisivo
- Continental - serie di disegni in vari formati a parete
