MARCELLO JORI

GENNAIO - FEBBRAIO

È ormai largamente constatabile che una specie di esaurimento ha colpito le possibilità di rifarsi alla realtà di prima mano: un po’ come gli ecologi vanno predicando il probabile estinguersi delle risorse naturali, di cibo, di idrocarburi, perfino d’acqua, col connesso obbligo di divenire più oculati e risparmiatori nei nostri consumi. Anzi, il risparmio forse non è più sufficiente, occorre ricorrere al «riciclaggio» di tutto ciò che era già stato spremuto in prima istanza, farlo passare attraverso una seconda spremitura. E così pure in campo artistico: per anni e anni si è fatto spreco di punti di vista più o meno ingegnosi sulla Natura, si sono bruciate decine di possibilità di guardarla, sperimentarla, smontarla. Ora queste varie impalcature sono divenute così fitte da nascondere allo sguardo l’oggetto primo. Lo strato delle interpretazioni si è talmente incrostato, che non è più possibile sollevarlo per andare ad attingere una chimerica realtà allo stato puro. La Natura si è indefinitamente ritratta, mentre via via il suo posto è stato occupato dall’Arte, col risultato che questa, ormai, deve diventare oggetto a se stessa; non più quindi la formula tradizionale di Arte figlia di Natura, ma il cortocircuito dell’Arte figlia di se stessa, o meglio, intenta a ripercorrere da quote di sorvolo le tappe del suo cammino storico.

Se una situazione del genere è presto detta nelle sue coordinate teoriche, all’atto pratico essa consente molte possibilità ai giovani che vi si muovono. Ognuno può trovare la sua via particolare per compiere il sorvolo. Jori per esempio sceglie quella di fisicizzare gli eterei prodotti dell’Arte, di ridar loro concretezza. In un certo senso, il suo intento è quello di rovesciare esattamente la formula tradizionale, facendo della Natura la figlia dell’Arte. E tutto ciò con bella coerenza, nei pur pochi anni della sua carriera. Si veda infatti il suo punto di partenza, che avviene appunto con il proposito di dare alle immagini artistiche un massimo di solidità fisica, quasi spennellandole con la proverbiale vernice di Alambicchi (Portabiti d’arte, Raccolto). Ma gli appare ben presto quanto di teatrale, di ingombrante potrebbe risiedere in un’operazione del genere, tollerabile forse solo quando la materializzazione si rivolge ai segni tremuli di Klee, per rifarli in leggero e aereo fil di ferro. Successivamente «scatta» la sua invenzione principale, che è quella di ricorrere a un mezzo naturalizzante, sì, ma che mantenga in sé l’impalpabilità dell’immaginare: sarà questo l’effetto luminoso, o metereologico. Nel che, sia ben chiaro, sta una sottile perfidia, o spirito di vendetta, o acre gusto del rovesciamento dei contrari, del «testa-coda». Infatti, se c’è un elemento naturale che l’arte contemporanea più ha disprezzato, questo è appunto il fenomenismo dell’ora e della stagione; farlo irrompere in abbondanza sulla tela o sul foglio, como fa Jori, significa adottare una strategia diametralmente opposta a quella consueta, e ottenere quindi un vasto margine di originalità. Se insomma in precedenza era l’Arte a ironizzare il carattere «facile» e sentimentale di una Natura rutilante di colori e di effetti sensuali, ora un adepto dell’Arte-Arte, con abile mossa, rilancia la Natura affidandole il compito di ironizzare gli ormai troppo risaputi effetti astraenti e stilizzati ottenuti dalla sua avversaria. Non potendosi più procedere nell’ordine della Finzione, che con l’astrattismo ha raggiunto tetti insuperabili, non resta che giocare sistematicamente la carta della realtà, della luce fisica, del tempo «reale» (a quando un movimento anch’esso «reale»?).

TRAMONTO SUL MARE, SUL MARE AL TRAMONTO, 1976

Ed ecco quindi l’Intervento dell’ora, cioè l’alba di maniera, idealizzante, concepita da Annibale Carracci, che viene affrontata, surclassata, irrisa dall’ora «reale» e dal suo trascorrere

implacabilmente fissato in una successione di fotogrammi. Oppure ecco la serie che si potrebbe dire delle «letteralizzazioni»: il pittore (Klee) ha dipinto un Tramonto al parco? Basterà immergere il quadro in una vera situazione di tramonto. La perfezione tecnica del fotocolor, che non sfuggirebbe al «già fatto» se affrontasse direttamente la natura, perché per esempio gli Impressionisti avevano «già visto con quegli occhi», consegue invece un margine di novità se morde sul possibile dalla concretezza del fenomeno. Per questo si può parlare di nemesi, di legge del taglione: l’artista aveva creduto di poter evocare impunemente i tramonti e le nevicate, tenendosi lontano dalla loro volgarità «reale» mediante i soliti processi stilizzati? Ecco che invece la loro volgarità si rimangia tutto quanto le era stato strappato, imponendosi «alla lettera». Come in certi racconti, ove un mostro, appena evocato, si concretizza e si presenta in carne e ossa. Si noti anche l’infinita vita seriale che così può assumere ogni opera d’arte: se in origine essa era la seuratiana Foce della Senna a Honfleur di sera,_ l’indice fenomenico «letterale» potrà consistere nel fotografarla «di sera»; ma perché non anche «di giorno», «all’alba», e così via? Si pensi cosa succederebbe ai monettiani Portali della cattedrale di Rouen,_ se sottoposti a un simile processo. Un altro effetto «letterale», anch’esso di natura molto leggera, e quindi molto efficace, sta nel «collocare» i grandi pezzi da museo, nel dar loro un orientamento spaziale: era stato loro vanto, per esempio ai tempi del Cubismo, irridere certe visioni tradizionali e unitarie della Natura adottando la molteplicità dei punti di vista; ma poi, a ben vedere, anch’essi finivano per imbalsamare quella pretesa molteplicità in una visione frontale e statica. Supponiamo invece che la serialità degli orientamenti spaziali si impadronisca di loro, distribuendoli di profilo, di schiena, di tre quarti… inclinati a destra… inclinati a sinistra. Basterà allora un solo quadro, un solo pezzo d’Arte per dar vita a infinite varianti, di illuminazione, di collocazione… Il rischio del grande esaurimento storico, della penuria crescente è così evitato; attraverso un simile trattamento (serialità, letteralità) sono assicurate risorse per un bel numero d’anni.

_Renato Barilli_