Opere Recenti di Carlo Mattioli 

Dal 5 al 18 aprire 1964

Carlo Mattioli è uno dei pochi artisti italiani solitari in provincia, che della provincia scartino il peggio e assorbono il meglio: ecco, dal clima « cantabile » e letterario non senza compromissioni psicologiche in cui questo valoroso pittore operava un decennio fa (e questo era, secondo me, il lato negativo della sua « provincia ») l’arte di Mattioli è passata ad un cupo « andante mosso », per via espressionista, si è arricchita degli echi amari di un Permeke, dando la misura di una solitudine e di una angoscia assai diverse da quelle di ieri (e questo è il lato positivo appunto della sua provincia).  

Mi piace di Mattioli la coerenza, la severità, la fatalità del suo operare: egli è nato nelle accidiose e patetiche tipologie — fra sprezzi e tenerezze — dei suoi amici letterati, critici ed artisti, ma riesce a fare di un Roberto Longhi, di un Attilio Bertolucci, di un Carlo Carrà, non più quel tale critico aguzzo e ribelle o quel tale pittore dalla canuta criniera sotto il basco, gli occhi con l’ombra funesta dell’ Aldiqua, non più quel tal poeta febbrile e giulivo protetto quasi da una corazza di professionali faccende, ma personaggi già bell’e pronti per il simbolo, emancipati dalla loro origine anagrafica, proprio come Spazzapan, per esempio, disegnava cavalli rampanti o generali, o come Zancanaro i suoi « Geppi ». Così queste figure non sono più soltanto personaggi, sono simboli di una aggressività, di una vitalità ancor solenne, di una bene amministrata frenesia, sono sentimenti del tempo, recitati per via pittorica: tanto che, quando fra mill’anni, non ci saremo più, neppure le fotografie nostre in archivio, e rimarranno i ritratti dipinti da Mattioli, nessuno vorrà forse sapere chi era Roberto Longhi, o Carlo Carrà, o Attilio Bertolucci, ma si commuoverà di fronte a queste figure misteriose e toccanti del mondo prima del Duemila. Perché Mattioli è l’ultimo dei pittori che svolge il suo bozzolo dalla solitudine più meditativa ed amara, che fa di ogni suo quadro un inventario di solitudini; é, se possiamo dirlo, un risentito, accigliato, non angelico, Morandi dei ritratti.

E mi piace il modo col quale questo artista sempre fisionomico, sia che schizzi un’ennesima figurina d’amico, che impianti un disegno per illustrare un classico, che dipinga un paesaggio, o un nudino, si articola, fra timido e impetuoso, sempre prudente, eppure così spericolato in quella illimitata fiducia nella avanguardia storica che conosce a menadito, in ogni quadro: Mattioli è sempre vivo, e sempre diverso nella sua inconfondibile tavolozza, di bruni e ocra, di verdi marci, di bianchi vetrioleggiati nelle luci di un Vlaminck o di un Permeke. Mattioli è un artista che la critica italiana non ha ancora collocato nel suo giusto punto, nella scala dei valori nazionali, tra i Maestri; ma mi sembra che ormai sia giunto il momento di farlo e che Mattioli vada incontro ad un decennio di meritata e serena celebrità.  

MARCELLO VENTUROLI