GILLES ALLAUD
CON UNA PRESENTAZIONE DI RENATO BARILLI
DAL 30 MAGGIO AL 21 GIUGNO 1968
La pittura di Gilles Aillaud ci ricorda insistentemente come, tra i mezzi tecnici di cui si vale la ricerca sull’oggetto, accanto a più diffusi espedienti quali l’ingrandimento, l’estrazione dal contesto, il fiancheggiamento del cartellone pubblicitario, entri anche di pieno diritto il ricalco della realtà condotto con aderenza fedele e quasi maniacale, al limite del trompe-l’oeil.
Il trompe-l’oeil è ben presente nella tradizione contemporanea, se non altro in un filone surrealista che da De Chirico giunge e culmina in Magritte. E non è affatto un caso che su quest’ultimo, dopo un periodo di relativo oscuramento, sia tornato ad accendersi un pieno interesse, stimolato senza dubbio da ragioni di stretta attualità, da un suo possibile costituirsi come maestro seppur indiretto della recente arte oggettuale e « popolare ». Mentre in altre stagioni la lezione del surrealismo che aveva corso e trovava seguito era, quasi all’opposto, quella scaturente dalla scrittura automatica e dall’invito alla dissoluzione gestuale di ogni forma (e non è detto che ormai di nuovo, complice Artaud, non sia la gestualità più scolta e prorompente a tenere banco).
C’è però una differenza fondamentale tra il trompe-l’oeil tipico del surrealismo e quello di Gilles Aillaud. Il primo (e si pensi pur sempre al caso esemplare di Magritte), pur partendo da apparenze comuni e quotidiane, procura di elevarle a proporzioni mostruose, di agghiacciante e sgomentante lontananza; intervenne, come si sa, un montaggio onirico a compiere accostamenti innaturali, a trasformare la sostanza delle cose (carne che diviene pietra, o viceversa), e insomma a creare tutta una atmosfera compiaciuta di fenomeni arcani e prodigiosi. Aillaud invece si dimostra artista più strettamente legato ai nostri giorni, pur nella pratica relativamente poco comune di una tecnica quale appunto la rappresentazione illusoria e mimetica, per il fatto di non discostarsi dalla fedeltà al dato ottico. Quello di Aillaud è insomma un atteggiamento di « grado zero », che non cura in alcun modo di sublimare la visione, e neppure di abbassarla nel senso surrealista di una discesa all’inferno del subconscio. Così come del resto il « grado zero » esclude che l’atteggiamento possa essere di affabile adesione e partecipazione alla scena ritratta. La realtà comune non è accettata nel suo valore risaputo e positivo, ma neppure rovesciata in spettacolo nettamente disumano e terrificante. Essa si costituisce piuttosto su un piano « altro », di distanza fredda, di sottile allucinazione immanente, di insistente e diffusa ossessione che tuttavia non giunge mai a rompere col dato percettivo.
Risulta particolarmente felice a questo scopo l’adozione tematica del mondo dello zoo. Questo infatti è pur sempre una realtà abbastanza comune: tutti, in qualche momento, abbiamo compiuto la sacrosanta visita allo zoo. Si aggiunga, per questo fatto stesso, che si tratta di una realtà leggermente banale e stereotipata (ci vergognamo un po’ a confessare, appunto, una eventuale passione per gli animali esotici, como di cosa ormai inquadrata in un insopportabile luogo comune romantico), ed è anche, quella dello zoo, una realtà ormai figée, consegnata a immagini da album, da collezione di figurine, da manuale scolastico. Tutti coratteri, questi di un’accentuata banalità e volgarità tematica, che come ben si sa vengono ghiottamente ricercati dai vari cultori dell’attuale arte d’oggetto, desiderosi di mettere alla prova la loro forza di percezione su argomenti « impossibili ».
D’altra parte il mondo dello zoo è pur sempre in qualche misura arcano, meraviglioso, il che dunque viene a facilitare lo stabilirsi di una visione « altra », senza che questa debba scomodare direttamente i mostri dell’inconscio. Un armadillo, un serpente, una foca sono già di per se stessi spettacoli abbastanza ghiotti e complessi da esigere un particolare tour de force descrittivo, un’attenta e laboriosa indagine analitica. Siamo chiamati a una sorta di decifrazione dell’« oggetto misterioso», che viene lentamente rivelandosi ai nostri occhi, pezzo su pezzo, come in un puzzle visivo. Senza che d’altronde il carattere arcano e favoloso dell’animale esotico possa mai passare un certo segno, crescere troppo in rarità di esperienza: sarebbe abbandonare il « grado zero » per un’avventura decisamente fuori del comune.
Si noti del resto come gli animali non rivestano se non un ruolo limitato, nei dipinti di Aillaud. In essi sono ben più largamente presenti le gabbie, le scarpate, i recinti ove gli animali stanno rinchiusi: elementi, nel loro complesso, ben concreti e materiali, ben attenti a rifiutare uno scoperto valore simbolico. Ma è il carattere stesso della loro presenza greve, massiccia, incombente a elevarli ai limiti dell’ossessione, a rivestirli perfino di una patina onirica. O se proprio si voglia attribuire a quei recinti in prospettiva, a quei muretti e fossati una portata simbolica, diremo che essi si fanno simboli della stessa operazione percettiva, corridoi e camminamenti entro i quali viene catturato lo sguardo per raggiungere e colpire con più forza il suo obiettivo, per sperimentare la sottile epifania dell’« altro » consentita dall’animale imprigionato.
Niente a che fare dunque con il trompe-l’oeil surrealista. Aillaud piuttosto, scavalcando tutta quella zona degli anni ’30, trova le sue radici più indietro, in un territorio finesecolo che, accanto ai deliri dell’Art Nouveau, vide svolgersi anche, soprattutto per opera di alcuni nordici, deliri freddi di orge visive, prodigi di adesione mimetica e surreale ottenuti nel modo più diretto, senza bisogno di ricorrere ai buoni uffici della letteratura e della psicoanalisi. Già in altra occasione ebbi a proporre, per Aillaud, un nascosto rapporto di discendenza con il pittore francosvizzero Félix Vallotton, artista da rivedersi col massimo profitto in una chiave « popolare », straordinario campione di una quotidianità « altra », ove ogni particolare è rispettato fino all’ultimo dettaglio, ma nello stesso tempo si gonfia di una livida e abnorme consistenza. Aillaud, raccogliendo nei nostri tempi questa preziosa eredità, ne riafferma anche e ne rilancia tutta l’attualità e l’incidenza.
Renato Barilli

