Progressioni
I quadri presentati sono stati eseguiti a tutta parete nei locali della galleria de’foscherari, bologna, arte contemporanea
Diretta da Randazzo e Torricelli
12 mostra dal 27 giugno al 20 luglio, 1963
Cuniberti, De Vita, Pozzati
Sembrava quasi una cosa fatta per scherzo, nata da una buffa idea buttata là tanto per dire qualcosa, a rompere lo sbadiglio di questa fine stagione già assopita dalla calura. Ma a chi, come me, ha potuto seguire quasi minuto per minuto la nascita dei quadri, è parsa ben presto una faccenda più seria del previsto: il «fatto personale» di ciascuno dei tre con quegli enormi telai da schermo cinematografico, il problema di «reggere» la dimensione insolita, scoraggiante, hanno trasformato il gioco in scommessa e la scommessa in impegno; in sfida perfino: ognuno con se stesso, s’intende; perché, i tre, è chiaro che viaggiano ciascuno per proprio conto seguendo percorsi ben differenziati; inutile quindi supporre assurdi paragoni.
Confesso che è stata un’esperienza alquanto divertente. Su per le scale, giù dalle scale, retrocedendo a palpebre socchiuse fino a darsi di spalle l’un l’altro; incespicolando fra i barattoli, bussolotti, tubetti, scatoline, imballaggi, ebdomadari stesi a salvaguardia del prezioso impiantito, eccetera. Cacciando in malo modo i tacciati di rompiquesto e quest’altro che di tanto in tanto azzardavano sia pur caute ispezioni a quella magna baraonda. Divertente sì, ma istruttiva eziandio: per chi almeno ama indagare de origine rerum, il come piuttosto che il perché; per chi ama, come il biologo, osservare l’abnorme enfiagione di un’ameba in fase dicotomica e riproduttiva; così l’imprevedibile crescita di una forma, la fulminea e risolutiva concezione di una intuizione che si fa segno, e in tal farsi si carica, per ciò stesso, di nuovi sensi: fonti, a loro volta, di altri suggerimenti, eccetera. E la trama complessa, radiale, dei rapporti di una zona, di una soluzione con le altre già in essere: onde la crescita, non armonica e fluida, ma (natura - pictura - facit saltus) interrotta e saltuaria, scattante: come chi per tamponare più falle corra da un lato all’altro della diga, incessantemente.
I tre, si è detto, agiscono su opposte direzioni: il processo di costruzione dell’immagine, delle immagini, seguirà di conseguenza un itercaso per caso diverso (per inciso, valga tale constatazione a prevenire chi, non mancherà, cospargerà di sufficienza - acritica - l’iniziativa, nell’operazione consueta di accomunare i pittori di queste parti sotto un’egida che tutti abbracci e comprenda): gli appunti che seguono vorrebbero essere non altro che un rendiconto (quasi da accompagnarsi alle sequenze fotografiche, cioè) de visu, dalla tela bianca alla firma, se ci si riesce.
Cuniberti pare che non abbia assolutamente idea di come e di cosa sarà il suo quadro. Parte come uno che vada a fare due passi con le mani in tasca, o, certo, col cane al guinzaglio. Dipinge come disegna: comincia da un punto qualsiasi e lascia girovagare la mano, sfiorando appena la tela; quasi andando a cercare l’impuntatura del pennello secco, che gli permetta di svicolare per altri imprevisti ghirigori. E intanto — in siffatto ozioso peregrinare da un punto all’altro della tela — stabilisce contorni, effimeri confini: o zaffi e sbavature che si suppongono tali, per un attimo, finché — e qui sta l’ironia del suo procedimento, più che nella «caricatura» che ne risulta — una zona ancor vergine non lo attira ad ampliare, rotolandovi il suo pezzetto di carbone, l’immagine che poco prima sembrava pressoché definita: ora dilatata, goffamente sparapanzata a lambire magari l’estremo orlo del quadro, tirandosi dietro il restante viluppo di segni e di baffi in equilibrio instabile. La sicurezza invidiabile della mano del grafico si maschera — con una specie di pudore sornione — nel segno dipanato come a caso, da una matassa di pessima qualità: Pirro mima le ludiche esercitazioni dei bambini, narrando a se stesso le favole impossibili dei suoi cuccioloni un po’ scemi e dei personaggi «grandi» con baffi e lorgnette. Come quelle dei bambini, le sue figure non hanno peso né corpo: occupano, sembra, come a caso la tela, appiattite o sbavate nella tempera leggera e trasparente del fondo: disponendosi in realtà secondo un taglio che, sebbene inventato lì per lì, senza progettazione alcuna, ne determina in gran parte l’efficacia: sbilanciandole qua e là, per sbilenco, senza nozioni di alto e di basso, protuberanze che se ne escono dalla tela: apparizioni improbabili che tengono ad esser tali, lepidi lepidotteri canini affioranti dal veicolo umido della materia.
Una gran tempera, sbozzata con mano da frescante, cospicua di bruni e di carminio, di terraccotta e sangue raggrumato; un po’ «i Que viva México!». De Vita attacca così, quasi preoccupato di coprire in fretta la gran superficie: per poi iniziare a lavorare, sul serio. La dimensione macroscopica gli si addice: anche per semplici ragioni di rapporto matematico: il raggio d’azione della mano facente perno sul polso sta alla lastra incisoria come il raggio d’azione del braccio teso sta al grande telaio. Procede sempre per addizione: così che per lui un quadro non è mai finito, è un campo d’esplorazione interminabile. Mi spiego: non usa mai bozzetti, semmai una serie di schizzi sommari, non più che un suggerimento, un sostegno momentaneo per un particolare della composizione; mai per la composizione. Anche l’abbozzo, sulla tela, non può pretendere di guidare le fasi successive della realizzazione: che avviene per crescita organica, l’invenzione di una sezione comportando mutamenti anche radicali dell’insieme; mutamenti a loro volta precari, legati alle soluzioni che nel contempo, nel mutare stesso, si sono verificate. E tuttavia non vuole lasciare nulla al caso, né cancella gli effetti che potrebbero forse tornargli utili: segue un metodo, insomma, a suo modo rigoroso.
Tracciata l’ossatura grafica, la struttura di un oggetto (quasi sempre una embrionale e dilacerata larva umanoide) riempie *à plat* le zone racchiuse, badando alla consistenza plastica, al peso con cui premono nel tutto, attorniandole, a tratti, di aloni di biacca: per «sfondare». Costruito in tal modo il suo idolo, lo assale a guizzi, a ripidi ghirigori; slabbrando, frantumando le sembianze della solidità, aprendo vasti solchi al fondo prima inerte; che ora invade la figura, coinvolgendola nello sfrigolio della materia mutevole, duttile. Aggiungere, progredire: altri segni si inseriscono nella immagine, definendole o, al contrario, suggerendo altre ipotesi di lavoro: che si possono riprendere e così via. Ecco perché De Vita non si può arrestare, come per alcuni parrebbe logico, alla piacevolezza di superficie dell’acquerellone iniziale, certo più fresco e gradevole per le nostre raffinate pupille: il suo problema è quello di caricare, di aggiungere, di dare corpo e peso e vitalità organica. Anche se con ciò il rischio aumenta, di far sorda la massa della materia, di svigorire tra le gromme gelatinose delle biacche: ma fermarsi prima, secondo lui, è come non partire.
Per Pozzati invece il problema primo è ciò che in antico si chiamava «idea». Lo dice egli stesso, che il suo modo di dipingere è esattamente opposto, per esempio, a quello di De Vita. Il bozzetto, se chiaro e preciso, è tutto, o quasi. Ciò che conta per lui è sapere, fin dall’inizio, dove la cosa andrà a parare: senza incertezze e senza avventure. Logico che la fase di preparazione sarà quella che lo impegna più duramente. Il gesto, l’estro, la trovata istantanea, l’accrescersi e l’avvicendarsi della *pintura de golpes* non servono: non servono sia pure latenti riferimenti alla vita organica per chi, come lui, intende mettere a fuoco una determinata situazione della vita urbana di oggi: la cessazione dell’intenzionalità, il trasferimento gratuito e beante della propria indipendenza critica agli enti gestori dell’intelligenza pubblica. Il suo linguaggio non può modificarsi una volta stabilito il «tema» nel bozzetto, proprio perché le intenzioni già in questo si sono precisate, assumendo una forma che sarebbe illecito alterare, pena la conseguente alterazione della proposizione di partenza.
La grande dimensione (che Pozzati infatti predilige) è tuttavia la più adatta a rendere l’incubo e l’ossessione delle forme iterate, martellate sul fondo bianco, inerte: grotteschi uomini-patata, indistinzione di natiche e di crani in sfilata cronometrica, come su una catena di montaggio: sotto il nume tutelare della esattezza delle scienze esatte.
Eugenio Riccòmini
Tra in clausura per dipingere
Chiusi per venti ore nella Galleria de’ Foscherari,
in una singolare clausura artistica, tre pittori Bolognesi
si sono proposti di allestire
La più originale Mostra della stagione
a tempo di primato:
non apprendere quadri dipinti nel proprio studio,
ma dipingere le pareti stesse della Galleria.
Si è trattato di un <exploit>rischiosissimo:
peraltro compromesso all’origine da un vizio di spettacolo,
ma i tre artisti
Pirro Cuniberti, Concetto Pozzati e Luciano De Vita
hanno splendidamente superato la prova,
bruciando così ogni residua riserva.
La vernice della mostra avrà luogo domani giovedì, alle ore 18
e il pubblico potrà rendersi regione
dello scanzonato e gioviale umorismo di Cuniberti,
Della elegante problematicità di Pozzati,
dell’epoca e drammatico respiro poetico di De Vita.
da “Il resto del carlino” mercoledì 26 giugno 1963

