PAVLOS 

“NATURES MORTES”

NOVEMBRE - DICEMBRE 1975

INTERVISTA A PAVLOS

— A creare le tue immagini-oggetto sei giunto indubbiamente attraverso una ricerca che è tipica dell’avanguardia artistica della tua generazione. La ricerca cioè di nuovi mezzi espressivi reperibili nell’ambito dei materiali tecnologici, o se vuoi dei materiali di consumo più comuni che si incontrano quotidianamente nel paesaggio urbano. L’elemento unico, infatti, con cui sono costruite le tue nature morte è fornito dai manifesti pubblicitari, o meglio da intere risme di bozze di manifesti (stampate quindi sulle due facciate), usate in serie di copie uguali. Per elaborare questo umilissimo materiale di scarto hai bisogno di macchine, e precisamente seghe a nastro, presse, tagliatrici ecc., ma la tecnica che adotti per costruire bottiglie, frutta, oggetti ci riporta piuttosto al mondo del giuoco e della festa perché, sostanzialmente, è la tecnica usata appunto per semplici giuochi di carta colorata e per decorazioni natalizie. Devo aggiungere poi che i risultati cui giungi non sono certo estranei alla “qualità” nel senso tradizionale del termine. Basterebbe soffermarsi sul valore totale delle tue nature morte: sull’infinita gamma dei grigi che trascolorano verso l’azzurro o verso il beige, a secondo dei punti di vista, sui blu intensi, cangianti in violetto, sui bruni di vecchia ruggine fluttuanti fra il rosso e il nero. O notare come la luce valorizzi le forme, penetrando oltre una superficie che non è superficie ma un insieme di innumerevoli profili. La nozione di immagine oggetto, e quindi di oggetto artistico, unita a quella della singolare specialità di una tecnica porta naturalmente alla nozione di artigianato. Ti ho visto lavorare, con i gesti sicuri, precisi, ripetitivi e direi amorevoli dei veri artigiani. E ti ho visto anche, nell’aprire a ventaglio uno degli oggetti preparati dalla macchina ma progettati da te nel colore e nella forma, fermarti un momento in ammirazione davanti al fenomeno in parte imprevedibile della trascolorante tonalità o dell’alternarsi dei colori. E procedere poi pazientemente, como un pittore quale sei, a mettere insieme i tuoi teatrini. Vorrei sapere da te come consideri il tuo modo d’operare.

— Sono sempre stato attratto dal rapporto fra immaginazione e materia e sono convinto che dall’incontro dell’immaginazione con la materia scaturiscano realizzazioni molto felici. Sono i materiali che sollecitano la mia immaginazione ed è l’immaginazione che mi suggerisce cosa tirar fuori da quei materiali. E’ un rapporto dialettico. E’ necessario cioè che la materia incontri il pensiero che le contiene e viceversa. Ho sempre amato l’artigianato proprio perché amo questo rapporto con la materia e soprattutto perché amo intervenire direttamente sulla materia.

— Cosa intendi dicendo direttamente?

— Ti faccio un esempio: se mi dai un lapis e un foglio di carta bianco, per me la maniera più diretta di utilizzarli non è facendo un disegno. Per me sono “materiali” e l’immaginazione mi porta ad adoperarli escludendo la destinazione usuale. Come di ogni cosa del resto. Perché l’immaginazione è libera. Ed è in questo senso che trovo le maggiori sollecitazioni dai materiali tecnologici più diffusi, dai materiali di consumo. In questo caso le “macules d’affiches”, in altri casi la lana d’acciaio, quella che serve per pulire le pentole, con cui ho fatto delle sculture, o, se vuoi, dei disegni. Quindi, per tornare al foglio bianco, è chiaro che preferisca adoperare le forbici che non il lapis per farne qualcosa. E’ questo che intendo per “agire direttamente”. Un disegno preferisco farlo con un pezzo di spago o con un fil di ferro. Perché per me se l’immaginazione me lo suggerisce, è il modo più diretto di adoperarli.

— Il fatto di creare delle immagini oggetto adoperando un materiale nato per altri scopi conferisce alle tue nature morte un carattere di “virtuosismo” per adoperare una parola dell’antica storiografia artistica. Come se il tuo sforzo fosse quello di sfruttare con la massima ingegnosità (che è qualità artigianesca) le possibilità, cioè le “virtù” nascoste negli umili materiali che usi. Al fine di ottenere determinati effetti. Ai quali non è estranea certamente l’ironia, proprio per il fatto che raggiungi una apparente imitazione della natura attraverso mezzi così inconsueti.

— Certamente, come potrebbe non esserci ironia? Non guardo la natura, ma l’immagine che l’uomo ha della natura. Così le mie nature morte vogliono rappresentare l’idea che comunemente si ha della natura morta. Non si richiamano quindi alla realtà ma all’astrazione. L’idea che l’uomo ha della natura morta da dove viene? Da un determinato genere di pittura creata per una determinata società. Ed è quell’idea ricevuta, ormai acquisita come abitudine mentale e quindi banalizzata, che io guardo con ironia. Non ho dei conti da regolare con la società ma piuttosto con l’idea che la società ha dell’arte.

— Ma non assume un senso ben determinato la tua ironia quando appendi al muro le tue giacche di lana d’acciaio o quando, come qui, costruisci le tue sgargianti vetrine di camice, di calze, di cravatte?

— Certo. Nel paesaggio urbano l’uomo è un vestito, è la vetrina di se stesso. Ha dimenticato l’essenziale e si identifica con gli accessori. E io metto in evidenza queste cose, sole, svuotate dall’uomo. Faccio le mie vetrine.

— Capisco. Ma l’essenziale, credo, è che a fare questo lavoro, mi pare che tu ti diverta moltissimo. E, soprattutto, che tu riesca a trasmettere il senso di un’ironia che non è mai dissociata da un’evidente joie de vivre.

— Mi pare evidente: se non amassi quello che faccio, se non provassi piacere a farlo e se non sperassi di comunicare agli altri questo senso di amore che provo per il mio lavoro puoi esser certo che cambierei mestiere.

Giuliano Briganti

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