GUNTER WALDORF
DIRETTA DA FRANCO BARTOLI E V.TORRICELLI
DAL 5 AL 20 NOVEMBRE 1966
Günther Waldorf con questi dipinti è forse giunto ad una tappa risolutiva dopo anni di ricerche e di cambiamenti che lo hanno portato a saggiare praticamente tutte le possibilità e tutte le maniere. o molte di queste, della pittura contemporanea. Il che non vuol dire che Waldorf sia tendenzialmente un eclettico ed uno sperimentatore per temperamento anche se ad una considerazione superficiale una simile versione può trovare più di una conferma. Il pittore austriaco infatti appartiene a quella schiera di artisti che consumano assai rapidamente le loro esperienze al punto che sono sufficienti pochissimi quadri per estraniarli da un fatto nel quale in precedenza si erano identificati.
Waldorf quindi usando tecniche e maniere diverse, che gli sono servite come un linguaggio per mezzo del quale ha espresso — entro ben definiti limiti — la sua insoddisfazione, ha instaurato un rapporto comunicativo estremamente impegnativo e rischioso che va accettato e considerato alla stregua di questi recentissimi dipinti. L’essersi in un certo senso posto al di fuori di una formale continuità produttiva gli ha dato la possibilità di operare ad un certo punto della sua esperienza un processo all’interno delle stesse opere, un processo analogo e limitato ora al reperimento di un lessico variato con il quale è venuto a costruire i singoli quadri.
Bisogna inoltre tener presente come motivo di fondo, prima di giungere all’analisi particolareggiata del suo fare, quelle premesse di carattere culturale, quelle abitudini mentali che contraddistinguono — se facciamo eccezione di alcuni casi — la pittura contemporanea transalpina. Waldorf in tal senso sta dando un contributo non indifferente dal momento che con l’oggettivazione standardizzata, anzi a volte stereotipa, di questi quadri, egli viene a porsi in una posizione-chiave proprio per quella frizione che esiste all’interno dell’immagine dei suoi dipinti. Si tratta, almeno a nostro parere, di un dualismo sostanzialmente riferibile alla posizione critica dell’artista che, non essendosi ancora disancorato da quell’atteggiamento che postula l’espressione individuale, non è pur tuttavia giunto alla completa oggettivazione di fattori tale da dargli — ci riferiamo all’oggettivazione — gli strumenti per un’analisi distaccata, impartecipe ed operativa della realtà che lo circonda e di cui egli stesso è un elemento. Per questa ragione abbiamo inizialmente azzardato un’ipotesi poiché, qualsiasi sia lo sviluppo di queste opere, Waldorf dovrà tener presente, nel peggiore dei casi, su di un piano dialettico, questa sua vicenda che lo ha portato ad affrontare l’immagine del reale riferendola ad elementi base che, pur risolti pittoricamente, tengono conto e vengono implicati dai parametri mentali di una tecnologia e di una figuratività popolare che rasenta a volte l’essenzialità del fumetto con una sarcastica denuncia.
Tutto ciò avviene per mezzo di una sintesi cromatica e compositiva dalla precisione addirittura cartellonistica che prospetta volti dilatati ed immobili e permeati di una colta ingenuità — da parte del pittore — sulla quale si fonda infatti il punto di contatto che gli permette di riferirsi ancora ad un passato che lascia sentire tuttora il suo peso. Qualcuno potrebbe in certi casi pensare perfino ad un Modigliani osservato attraverso le vaste campiture di cartelloni ma se ciò è possibile e probabile, sotto l’aspetto formale, l’argomento cambia totalmente se si approfondisce l’indagine sulle determinanti e sui fattori che lo hanno promosso.
Günther Waldorf infatti — e qui ci riferiamo più che altro all’uomo — ha il sereno candore del fanciullo che esprime quanto ha colpito mettendo in risalto quegli elementi, quei fatti essenziali che caratterizzano nella sua mente una particolare situazione. Abbiamo quindi — se tutto ciò non viene portato alle estreme conseguenze — una ricostruzione che avviene per mezzo di un’oggettivazione sintattica di un fatto memorativo ingigantito appunto dal dissidio e la contemporanea concatenazione tra la realtà intesa quale manifestazione del presupposto causante e la fattispecie interpretativa ed evocata dello stesso. Così il sorriso che piatto si distende, a volte ironico e bonario ma sovente sarcastico, assume una carica sospensiva che porta l’immagine a riscattarsi e a confondersi in un costruito ordine mentale che, proprio per la sua sintetica concisione, giunge alla allucinata dimensione dell’oggetto, meglio, della persona oggettivizzata. Anche in quei quadri nei quali la presenza umana, o per essere più esatti proprio in
questi, viene sottintesa oppure viene inserita per mezzo di una annotazione quasi marginale, il problema si pone sulle stesse basi o per meglio dire si acuisce ancor di più. Un nostalgico desiderio di esattezza che in fondo è anche una romantica assaporazione dei motivi dell’esistenza, nonché una precisa scansione di elementi ricondotti ad un lessico infantile compongono quindi questo che in un certo senso è un mosaico di sollecitazioni emotive nelle quali Waldorf crede e che contemporaneamente mette in discussione esprimendo così dialetticamente la sua insoddisfatta semplicità e la sua pungente critica.
LUIGI LAMBERTINI

