Pitture, litografie e disegni di PIero Guccione

Diretta da E. Savonuzzi e V. Torricelli

Dal 6 al 16 maggio 1965

Testo su Guccione di Renato Guttuso

Da qualche anno (due, credo), Piero Guccione ha ribaltato il proprio metodo di ricerca. Da un procedere per metafore, e in una concezione (ma con eccezionali qualità pittoriche) dello spazio come luogo di incontro di più immagini sovrapposte, da un procedere che trascurava la realtà oggettiva, cercando di estrarre solo significati lirico-tragici, Guccione si è ripresentato al più elementare e semplice degli incontri con le cose, quali esse sono, e senza indicare altri significati che quelli desumibili dalla loro forma e dalla loro funzione.  

Egli è oggi, tra i giovani pittori, colui che « deforma » meno; non so quanto senso avrebbero oggi i nomi di Picasso e di Sutherland (e Balla) che a buona ragione potevano essere citati qualche anno fa, al tempo della mostra di Elmo, e anche, nel ’62, per la mostra alla Nuova Pesa.  

La sua esperienza culturale si è estremamente filtrata, è diventata parte del suo sangue; e la sua mente (il suo occhio) legge non più per settori, per tesi giustapposte, ma unitariamente, procedendo verso la definizione di una più intensa, integrale poesia: questa è, mi sembra, la mostra di Guccione più bella, quella che più insegna, a noi tutti. (Ma anche la più difficile, tanto essa è sottile e pura).  

S'era visto di lui, cinque o sei anni fa, a Parma, un piccolo ritratto (di Titina Maselli, se non erro) già fuori dai termini traslati cui, a quel tempo, Guccione faceva sovente ricorso. Era una chiara indicazione, così come lo furono gli « interniesterni » del '62, assai più concretamente prossimi all'essenza della pittura, e della sua pittura, di quanto non lo fossero i « deterrent» e le altre sue esperienze. Vennero poi due quadri, in una collettiva di giovani che fu una delle più belle mostre dell'anno, nel 1964, al « Fante di Spade ».  

Il « caso di coscienza » appariva in quei due dipinti in modo del tutto evidente. Un caso di coscienza diverso da quello di altri pittori, e che lo poneva fuori da ogni richiesta di sussidio, da ogni copertura in chiave baconista e gorkista. Veniva fuori una immagine di pittore stranamente incondizionato, mondato, dalle varie malattie più o meno salutari (e più o meno debilitanti) cui pare vada soggetta la giovane pittura italiana. La ragione etica, la necessità di attingere a se stesso e cioè  ai punti concreti della sua comunicazione con la realtà, naturalmente veniva già a trovarsi prossima ad altre esperienze e proposte (americane per esempio). E tale vicinanza non riguarda, s'intende, particolari contenuti, esteriormente « moderni », nè alcuna avanguardistica « ipotesi di lavoro », ma un concreto lavoro alla cui base è il bisogno di partire dalle cose, senza perdersi « nel suo oggetto », senza miticizzarne la oggettività, o denunciarne la banale mostruosità.  

In questo senso, perciò, e non per altri riferimenti linguistici, o spettacolari, un Oldenburg o un Dine, sono più vicini a Guccione che ai vari « italpop », perché più vicini al cuore della pittura, alla sua ragion d'essere, di quanto non lo siano tanti precedenti sperimentalismi, « informale » compre-so, e tante balorde teorizzazioni (materico, per esempio, uguale materialismo).  

Piero Guccione, Giardino, 1964

A Guccione sono state riconosciute, al suo primo apparire, rare qualità di « pittore »; il più pittore, si diceva, dopo Mafai (e dopo Turcato), che fosse comparso in Roma. Partito dalla pittura, e senza essersene mai staccato, anche nei periodi in cui le forme più si avvoltolavano con significati e ammonimenti, Guccione riprende ora un discorso estremamente fermo in termini stretti di pittura. Ma non sarebbe un gran caso se di ciò solo si trattasse. Sarebbe solo un buon  punto di partenza.  

Non credo di essere un « sacerdote » della « pittura », ma credo che tale termine abbia un senso vasto e profondo che va oltre la interpretazione bonnardiano-morandiano-mafaiana (da gustare col palato).

Quanto cade sotto l'occhio, spalancato o disattento, ogni giorno, o più volte al giorno, si carica poco a poco di realtà, acquista significato, accumula oggettivamente valori, si articola in vibrazioni, sottigliezze, accentuazioni, finché il pittore (Guccione), dà voce alla insopprimibile presenza del mondo, finché le cose, incontrandosi con l'occhio, si qualificano, implicano una più vasta realtà.  

Anche per Guccione, come già per Cézanne, la spinta oggettiva si fa purezza di sentimenti, canto e dramma. E' ancora un punto di partenza, ma assai più vasto.  

Guccione si va chiedendo (da qualche tempo in modo nuovo), come l'uomo possa entrare in un contesto oggettivo che si aggrega tanto faticosamente, senza pretendere estranianti cariche contenutistiche, nella sua tensione a farsi realtà pura e semplice, ad essere, finalmente, quello che è.  

Mi viene in mente la frase di Cézanne « tra una mela e un uomo preferisco dipingere una mela, perché la mela non si muove ». Una osservazione assai attuale che nasconde sotto la questione di comodità, un problema; problema che esisteva per Cézanne, ed esiste per noi, nelle mutate condizioni. Non si tratta ormai più di « preferire », ma di trovare un punto (ciascuno il suo) di unificazione e cioè di superamento della operazione avanguardistica, esplorativa, puramente linguistica o puramente contenutistica. Di superare cioè il dilemma (falso) uomo trasformato in oggetto e oggetto umano. Per Cézanne e per Marx esisteva il dilemma, ma proprio loro ci aiutano a superarlo, proprio in virtù delle scelte da loro eroicamente operate.  

Con Guccione aspettiamo che, in qualche modo, l'uomo si affacci dalle finestre e guardi quell'arcobaleno, si intrida di quella pioggia, si appoggi al muro di quella terrazza o recida quel fiore che è sbocciato tra le sbarre di ferro.  

Questo è il discorso aperto di Piero Guccione; ed è, forse, il discorso aperto della pittura moderna, che va dritto da Cézanne alle proposte dei migliori giovani di oggi, tra cui Guccione si colloca in prima fila, un discorso che si chiamò cubismo e che non abbiamo paura di chiamare realismo, e dal quale non sono riusciti, né riescono, a distrarci gli andirivieni del gusto; ed al quale tutto ciò che di vero c'era nello sperimentare (vero) di questi anni, coscientemente o no, ha portato un contributo.