La Galleria de’ Foscherari invita alla personale di sculture di  Germano Sartelli rapresentata da Andrea Emiliani

Diretta da Randazzo e Torricelli

Dal 6 al 20 aprile 1963

Germano Sartelli, al suo terzo incontro con il pubblico, presentando queste sculture che sono il frutto d’una stagione tirata fino in fondo, mi sembra voler riassumere le esperienze diverse di cui lo conoscevamo dotato. Calvesi, che ce ne aveva parlato per la prima volta, e che doveva poi accompagnarlo con affettuose parole di stima nelle due prime personali, ne aveva identificate con precisione alcune costanti, precisando inoltre qualità e quantità culturali con un rimando alla mitologia di Burri e di Dubuffet: che era un modo subito netto di indicare, oltre che l’ispirazione, anche gli affetti più personali di Sartelli. Affetti precoci, se si vuol stare alle date, che del resto si spingono all’indietro per oltre un decennio.  

Pensate per un attimo, anche se è cosa già di moda, ad un uomo della provincia italiana, e localizzate subito questa provincia in quel lembo di Romagna che più s’avvicina a Bologna, ma che dalla città borghese e dotta vien sempre respinta ai margini d’una latente anarchia. Il velleitarismo dei romagnoli s’unisce qui ad una certa qualità di perdurante follia; e anche se il luogo comune va lacerato della sua brava sommarietà popolare, resta però il fatto che un singolare ricambio, quasi un’osmosi ormai secolare fra regola ed eccezione resiste almeno dentro le osterie e i campi di bocce; istituiti, sul tamburo, nelle piazze e nelle vie cittadine, con certo coronamento di cappelle grigie e nere, sotto le quali spesso abita una follia dolente, rassegnata, umile. Quella insomma dei matti degni di libera uscita. Absit injuria verbis.  

A me personalmente, in questo paesaggio, Sartelli è sempre parso un artista dotato di un fiuto e di una cultura come quelle di un cacciatore di frodo o di uno scavatore di tombe villanoviane: tanto l’ho visto andar su e giù per il fiume («e fiòm») a raspare, e ad aspettare che la piena rinnovasse quel paesaggio di scheletri e marcescenze, quell’idrogramma tormentato come da un piccolo diluvio domestico, quel microcosmo eccitante nella sua dilavata drammaticità. Provincia fortunata, questa, se volete, in confronto ad altre più colte e più depresse insieme, dove ancor domina il fantasma del buon gusto di razza novecentista, e dove sembra ancor oggi impossibile affrontare con successo l’alea fortunata e spesso necessaria dell’errore. Questo davvero no, a Imola, dove anzi l’errore sembra esser di casa e la tradizione stessa è tutta un concitarsi metà di anarchia e metà di stravaganza: ma piuttosto il peso della solitudine, in una città ormai toccata dalla periferia d’una città più grande, ma con una campagna ancor serenamente tiepida alle spalle, il passeggio serale, le ragazze, i caffè e gli amici dello scopone. C’è in questo paesaggio qualcosa che ha tenuto Sartelli attaccato alla natura, anzi a quel ‘bello di natura’ del quale ha parlato proprio Calvesi, e che lo ha saldato a quella con una devozione ed un attaccamento ombelicali. Ed è commovente scoprirlo, è un senso di amarezza e di nobiltà congiunte, la solitudine forse di chi passa troppe ore seduto in un angolo a guardar per terra, sulla vecchia aja della collina o in un cortile della città. Ma è poi subito la fierezza di chi in questo muto colloquio trova consiglio e bellezza, è l’umiltà dei solitari, la dolcezza degli sperduti, un affetto antico come la povertà del nostro Appennino. Spesso mi trovo ad esser grato a Sartelli di un esempio morale, e vorrei che tutti fossero in grado di capirlo e di volergli bene come io glie ne voglio.  

Sartelli, 1962

Dunque Sartelli, questo ineffabile pellivosse della nostra Romagna, dopo l’ultima mostra di Roma, ha iniziato forse un cammino più organico, ricercando quasi una dimensione più costruita, strutturata e, direi, corrente, del suo lavoro. Prima di questi mesi era infatti un po’ difficile creare un inserimento delle sue sculture o dei suoi ‘assemblages’ entro i limiti (esistono anche i limiti della battaglia, come per il boxeur) del gioco artistico. Il suo lavoro appariva, come dire?, quasi trasognato, la sua lotta indicava costantemente un miracolo, il sublime, come Calvesi diceva, del «bello di natura» o forse ancor meglio della bellezza dell’orrido. Il suo lavoro aveva insomma i caratteri della solitudine più autentica, fervida, dibattuta ma al tempo stesso sottilmente morsa dal sapore di un narcisismo materico e psicologico, un’ombra appena, ma bastante a deviare l’attenzione dell’osservatore dall’opera alla biografia strampalata dell’artista. I suoi «collages» sono però molto anziani, li vedo nel suo studio da molti anni, cose che farebbero felici alcuni scultori delle nostre città, che spesso con tanta puzza sotto al naso vanno iterando gli esperimenti dell’aggiungere e del togliere, senza capo nè coda. Sono invece anziani i tentativi materici di Sartelli ed è vecchia l’ammirazione sconfinata per Burri, una mitologia aperta da un lato sull’esistenza e dall’altro sull’essenza, qualcosa insomma che sembra per una volta almeno sfondare e dirompere il dramma concreto dell’artista combattuto fra l’espressività e l’astrazione formale. Un altro segno di questo amore furono, ad esempio, le «ragnatele», dove un sapore di nebbia mattutina s’invischiava nel desiderio di una struttura pura, edonistica, tutta da vedere. Chi scriverà mai la storia più vera dell’ammirazione per Burri della nostra provincia, armata e disarmata, attenta e sprovveduta? E ci sarà mai qualcuno che saprà rendere senza drammi sociali il calor bianco, assoluto, dell’avventura informale in mezza Italia? Mescolato di biografie assurde, legato alle vicende proverbialmente più strambe, un lembo di esistenzialismo patetico ma sincero ha toccato perfino il campanaro di un paese che conosco. Cosa contino poi i risultati, ciascuno lo sa: qualcosa che si dibatte e s’attorce attorno ad un equivoco autobiografico, ad un saliente personale e narcisistico, ad un disperato bisogno di sincerità. Con questi racconti strani e senza fine anche Freud ha fatto ingresso nella nostra provincia, donando corpo alla noia e sostanza alle notti interminabili. Credete davvero che sia poco per una nazione mediterranea? Quanto a Burri, per ritornare a lui, fu forse la scoperta di una bellezza tragica fin sulle pietre dei loro passi di sempre, e fu forse lo splendore cupo, nutrito di sottile ferocia, delle ore del sole e del sangue. Per i sociologhi dell’arte servirà dire che il riscatto da una condizione _elitaria,_ cioè accademica, dell’operare artistico, passa indubbiamente anche attraverso la sconfinata ammirazione per lo stilismo inarrestabile del maestro e insieme, e quasi senza apparente contrasto, per il magico fiorire di un automatismo della materia.

Allora, come si diceva, Sartelli è entrato coscientemente nel «gioco», ne ha accettato tutte le regole, la sua anarchia di satellite eteroclito s’è dimensionata stilisticamente, la sua ansia ha cercato e forse trovato le vie dell’espressione compiuta. Ma di quel vecchio materiale, direi che nulla s’è perduto. Quel primo cigolare di catene, in cerchi mozzi e rinsaldati, delle vecchie immagini verticali, s’è aperto, come fiorendo, sulla nuova immagine dinamica orizzontale, galoppante, nervosa: un’immagine, del resto, alla quale concorrono parimenti i vecchi amori di Burri e Dubuffet, con quelli più recenti che portano forse il nome di Leoncillo e perfino di César, in così arrembante stridore di metalli fissi. Ogni materia, a dispetto delle eterne pianificazioni idealistiche, nutre un linguaggio, e questo degli ultimi «ferri» di Sartelli ci sembra davvero una felice congiuntura di quelle immagini barocche e paesistiche con altre sanguinanti realtà, spesso orripilanti nella loro tragica e cruenta bellezza. Si tratta (aiutami, Bartilli!) di corpi violentemente frenati in una loro folle rincorsa, per sempre bloccati in un sinistro accavallarsi, in una animazione già impetuosa, anche se ormai gelida. Immaginate una bestia che corra, precipitando poi sulle zampe anteriori, scheletrita da un raggio mortale; oppure, con altrettanta ragione, un sinistro aviatorio, quando il ruggito del fuoco ha ormai nettato ogni lembo d’umanità straziata ed il cartoccio delle lamiere resiste incorrotto, quasi irridente vittoria, ancora una volta, della natura violentata e risorgente. Delle esperienze precedenti alcune tracce sono ancora rilevabili. Prima fra tutte emerge con chiarezza, pur in questa animazione nuova, quel modo spezzato e accartocciato di piegare i piani nell’alternanza del vuoto e del pieno, della luce e dell’ombra; il quale modo s’avvale perfettamente della superficie malleabile e pronta della lamiera metallica. Ma quei piani, che prima s’elevavano elementari nello spazio, singoli elementi di quinta all’urgere della luce, si sono progressivamente saldati l’uno all’altro, riunendosi come per un respiro più decisamente naturalistico. Su tutto poi emerge, a volte perfino puntigliosa, l’orma d’una perizia tecnica ed esecutiva degna di un nihilatore, che erge ostacoli materiali e psicologici alla vicinanza, drizza barriere di timore naturale alla pacifica osservazione di quei ghirigori molati e  

aguzzi, ripiegati e contorti, nei quali una violenta forza d’inerzia ha scritto il segno come d’una propria inarrestabile e fisica corposità naturale. All’antica fierezza sembra aver fatto seguito un’arroganza tetra e malinconica, irta di lacerti e selvaggiamente unghiata, come di un corpo smodatamente contorto nell’ultimo prender terra. E’ ancora una volta l’esercitazione plastica di un pittore, nella quale dunque concorrono elementi talvolta estranei al serrato mondo del mestiere dello scultore, e crescono talora vivacità chiaroscurali e perfino cromatiche.  

Sartelli, 1962

Che altro? È davvero difficile chiudere abilmente il discorso su di uno scultore, anzi peggio, sulla stagione di uno scultore: poiché la sua opera non è mai semplicemente definitiva, ed anzi si porta sempre dietro quel corpo imbarazzante, che è poi il suo corpo stesso, che l’impegna in tante dimensioni, così da sembrare eternamente contraddirsi. Una volta entrato nel gioco, e con tanto mestiere, Sartelli non ne dovrebbe uscire facilmente. Il resto è fortuna, possibilità di mercato, attenzione di critici, in un momento in cui poco depone a suo favore, con questo vento di restaurazione imminente. Per una volta, l’attenzione del pubblico potrebbe, in questa mostra bolognese, risolvere una condizione umana, aiutare un vero artista, uno dei veri scultori italiani.  

ANDREA EMILIANI