GERMANO SARTELLI | FEBBRAIO 1974
Il testo che segue accompagna la mostra dedicata a Germano Sartelli, tenuta nel febbraio del 1974 presso la Galleria de’ Foscherari. Si tratta del testo critico del catalogo qui trascritto nella sua forma originale.
Come avviene per Burri, si sente che Sartelli non potrebbe esprimersi con mezzi diversi da quelli che usa. Analogamente, egli non ha alle spalle un tirocinio accademico, né, per intenderci, trascorsi di pennello e di scalpello. Particolare quanto mai interessante, egli ha dietro di sé un’attività non artistica ma artigianale, di intagliatore. Presto, verso il ’50, forse un po’ prima, ha tentato la scultura sia in legno che in ferro, ed anche le cose più antiche che conosco sono astratte, ma fuori di ogni intenzione monumentale e ambiziosamente formalistica; sono tentativi, nei loro modesti limiti, riusciti, ma sforzi ingenti e falliti. Alla scultura, che si polarizza presto sul ferro saldato, abbinò in anni più recenti composizioni pittoriche di materia, e mentre dalla vita e dalle stoppe passò agli attuali collages, dai “fili” arrivò alle lamine slabbrate di ora, a queste squame corrose e incenerite, come sottratte al fuoco. E’ una poesia umile, quella di Sartelli, umile come le carte cencicose, come i detriti metallici che usa: è, propriamente, la poesia di questo mondo. Ma se qualche inflessione di piccolo sentimentalismo crepuscolare risuona, involontariamente, dal contesto della nostra proposizione, non ne troverete il corrispettivo nel finissimo discorso delle opere. Il frammento di carta ha un significato, nelle composizioni di Sartelli, assai diverso che nei consueti collages, dove il risultato formale tende a cancellare il ricordo del materiale impiegato, per assumerne e realizzarne le qualità potenziali di colore, di tono o di contorno. Qui invece (e in tal modo va inteso il parallelismo con Burri) il materiale, benché trasfigurato in un rapporto pittorico, ed anzi sapientemente ed intelligentemente soccorso, ai fini di tale risultato, dal pennello, conserva e denuncia il senso sottilmente contenuto del suo esistere, scoprendone i segni più logorati e dimessi. Una rottura, una giustapposizione di strati, l’innesto di un frammento, mentre assumono un valore, spesso puntualissimo, d’impaginazione, evocano ancora il crepitio sommesso della lacerazione, o il cedimento, morbidamente silenzioso, della carta macerata allo strappo; i rapporti tonali, così acutamente individuati, valgono a rendere in misteriosa suggestione, e a potenziare in immagine, un’osservazione affettuosa ed “esistenzialmente” solidale di antiche consumazioni trascorse su queste mute epidermidi.
Maurizio Calvesi 1958 (dalla presentazione alla mostra personale; Bologna, Circolo di Cultura)
Sartelli, beninteso, non ha sufficiente freddezza per essere un neo-dada; decisamente, non ne ha la struttura mentale e il comportamento umano, sociale. Il neo-dada si può fare a Roma, non a Imola (già quando lo si fa a Napoli le idee possono risultare confuse). E poiché per intendersi concretamente è sempre utile fare dei nomi, e attraverso i confronti rilevare le affinità di disposizione e le divergenze, dirò che i poli ideali della poetica di Sartelli mi sembrano Burri, tuttora, e Dubuffet. Con il nome di Dubuffet vorrei evocare certa componente naturalistica in senso entomologico, fabriano, o speleologico, o botanico che sia, che in Sartelli sembra fondersi al dato buriano del relitto esistenziale, analoghi una coloritura del tutto diversa e personale. L’usura del tempo e per Sartelli, più naturalisticamente, ruggine, muffa; il relitto, il rifiuto, non è per Sartelli a un tempo respingente e seducente, suggestivo e sconcertante, ma, in una sola parola, bello. Ogni frammento di natura è bello, ed è emozionante scoprire questa bellezza negli angoli meno frequentati, più disprezzati, nei recessi più umili e solitari. Il senso dell’oggetto rifiutato, o più che rifiutato dimenticato, trascurato, è tutt’uno con il senso del riposto e del segreto, con la felicità tutta privata e interna della scoperta e della degustazione silenziosa, con un’intimismo, cioè, velatamente lirico. La ragnatela trovata nella grotta è come il fiore odio sul prato. Verso queste cose-creature c’è solo un interesse positivo, senza ambiguità né masochismo, c’è solo amore; e l’amore, in una forma così discreta e timida, non può essere che vagheggiamento, possesso interno, sottilmente filtrato, diramato in una capillare corrispondenza tra fibra e fibra: fibre sensibili dall’anima, fibre e fili di una natura microcosmica. La precisione formale di Sartelli, il suo senso così intimamente esatto e messo a fuoco della forma come sublimazione del sensibile, è appunto amore, cioè reciprocità di possesso con l’oggetto-creatura, con l’oggetto-natura, in libertà e in armonia. Non è solo un avere, dall'oggetto, ma anche un dare. Di questa amorevole corrispondenza con i suoi microcosmi di materie Sartelli ha trovato (specie nelle sue ultime sculture) un punto di vibrazione e di equilibrio.
Maurizio Calvesi 1962 (dalla presentazione alla mostra personale; Roma, Gall. Alibert)
Pensate per un attimo, anche se è cosa già di moda, ad un uomo della provincia italiana, e localizzate subito questa provincia in quel lembo di Romagna che più s'avvicina a Bologna, ma che dalla città borghese e dotta vien sempre respinta ai margini d'una latente anarchia. Il velleitarismo dei romagnoli s'unisce qui ad una certa qualità di perdurante follia; e anche se il luogo comune va lacerato della sua brava sommarietà popolare, resta però il fatto che un singolare ricambio, quasi un'osmosi ormai secolare fra regola ed eccezione resiste almeno dentro le ostriche e i campi di bocce; istituiti, sul tamburo, nelle piazze e nelle vie cittadine, con un certo coronamento di capparelle grigie e nere, sotto le quali spesso abita una follia dolente, rassegnata, umile. Quella insomma dei matti degni di libera uscita. Absit injuria verbis. A me personalmente, in questo paesaggio, Sartelli è sempre parso un artista dotato di un fiuto e di una cultura come quelle di un cacciatore di frodo o di uno scaratore di tombe villanoviane: tanto l'ho visto andar su e giù per il fiume ('e flow') a raspare, e ad aspettare che la piena rinnovasse quel paesaggio di scheletri e marescentes, quell'idrogramma tormentato come da un piccolo diluvio domestico, quel microcosmo eccitante nella sua dilavata drammaticità. Provincia fortunata, questa, se volete, in confronto ad altre più colte e più depresse insieme, dove ancor domina il fantasma del buon gusto di razza novecentista, e dove sembra ancor oggi impossibile affrontare con successo l'alea fortunata e spesso necessaria dell'errore. Questo davvero no, a Imola, dove anzi l'errore sembra esser di casa e la tradizione stessa è tutta un concitarsi metà di anarchia e metà di stravaganza; ma piuttosto il peso della solitudine, in una città ormai toccata dalla periferia d'una città più grande, ma con una campagna ancor serenamente tiepida alle spalle, il paesaggio serale, le ragazze, i caffè e gli amici dello scopone. C'è in questo paesaggio qualcosa che ha tenuto Sartelli attaccato alla natura, anzi a quel 'bello di natura' del quale ha parlato proprio Calvesi, e che lo ha saldato a quella con una devozione ed un attaccamento ombelicali. Ed è commovente scoprirlo, è un senso di amarezza e di nobiltà congiunte, la solitudine forse di chi passa troppe ore seduto in un angolo a guardar per terra, sulla vecchia aja della collina o in un cortile della città. Ma è poi subito la fierezza di chi in questo muto colloquio trova consiglio e bellezza, è l'umiltà dei solitari, la dolcezza degli sperduti, un affetto antico come la povertà del nostro Appennino. Spesso mi trovo ad esser grato a Sartelli di un esempio morale, e vorrei che tutti fossero in grado di capirlo e di volergli bene come io glie ne voglio.
Andrea Emiliani 1963 (dalla presentazione alla mostra personale; Bologna, Gall. De' Foscherari)
Tuttavia, potremmo inventare per queste scatole rotte e deformi, per questi bulbi di processionarie gravide, per questi ineccepibili lagotti di silenziosa vecchiaia, mille raffigurazioni verbali. Trasferire, ad esempio, in un mondo di innata protesta questi rifiuti; prestar loro una voce libertaria e anarchica. Resterebbe però il fatto, innegabile, che queste sono prima di tutto creazioni di un Mida provinciale, che dei suoi reperti solitari non si serve per un rifiuto tracotante, ma per una sottile, penosa elaborazione formale: gettando fuori, là dove la suggestione della materia percepita rende ciò quasi impossibile, ogni assimilazione contenutistica. In questo risiede l'ardua, difficile operazione d'artista di Sartelli. Ecco, le "scatole aperte" di Sartelli, raffigurano in realtà un contrasto, una lotta aperta nel presente e soprattutto nel futuro: il cavo orrido di una bellezza naturale, sulla quale l’uomo ha sapientemente costruito i propri schemi estetici, racchiuso, o meglio lentamente asfissiato entro la guaina vischiosa, pervicace di una confezione artificiale. Guardatela, la sacca del futuro: apparentemente lucida, ineccepibile, assolve quasi un proprio scopo di protezione, di riparo. Ma se la osservate meglio, tira per ogni lato, s’inceppa in mille grinze, geme viscida sotto la nostra mano, controvoglia attirata a quel difficile contatto: minaccia, infine, un’orrenda frattura, la fuoriuscita di quel mondo abituale, che guarita verso l’esterno e potrebbe compromettere tutto, sgangherandosi ed annullandosi in uno spiacevolissimo caos naturale. Come l’ala fredda di un pipistrello ucciso, come la seta viscida di un ombrello squinternato e floscio; come ...avete già capito. Gli invitati siete voi. Questi non sono evidentemente regni fatali, non velieri che navigano silenziosi nel sonno di una bottiglia. Neppure succose ideologie, però, espresse in modi compromessi, tanto è l’impegno che conta. Il problema esiste: a chi guarda, assai più che a chi “fa la spiega”, tocca di mettere l’occhio sulle cose. Non fatevici portare per il naso.
Andrea Emiliani 1965 (dalla presentazione alla mostra personale; Bologna, Gall. Errepi)
Da molti anni ormai, quasi quindici, Sartelli si esprime con mezzi che non sono quelli della pittura tradizionale; dalla carta straccia alle ragnatele, il suo repertorio è stato fra i più umili e randagi, ed anche fra i più reconditi. Questo senso del recondito, del recupero e del logorio, circonfonde ancor oggi i suoi oggetti, attraverso gli schermi trasparenti che potrebbero anche ricordarci i vetri smerigliati delle vecchie cucine o dei camerini spiati dal ballatoio. Sagome dell’infanzia, sagome indietro nello spazio e nel tempo. Infatti dalle muffe e dalle materie Sartelli è risalito, in ricognizione, agli oggetti, spostandosi dall’androne, appunto, in cucina: il tavolo, la sedia con la sporta, i barattoli, le bottiglie. Ma a parte quel po’ di letteratura che il nostro personaggio ispira, e a parte l’aura di consumazione, di poesia e di tempo che le sue opere d’oggi ereditano da quelle di ieri e che la nebulosità degli schermi sembrerebbe voler condensare, il senso del discorso intende essere, se non sbaglio, decisamente ulteriore. Quel che importa, intanto, non quale oggetto, se sporta, bottiglia od altro, ma l’oggetto come approdo linguistico dopo l’indagine nelle materie, secondo un percorso coerente che è stato tra i più interessanti della recente pittura. Senonché gli oggetti di Sartelli non hanno il carattere aggressivo e sfasciato del new-dada, non dettano la percezione ma la subiscono; non hanno senso perché s’accampano, ma perché li guardiamo in una certa luce; esistono insomma nella nostra coscienza, in qualche strato di essa. La coscienza è sfocata di fronte all’incombente oggettualità pop e “primaria”; qui invece è l’oggetto che si sfoca, per l’incombere della coscienza.
Maurizio Calvesi 1969 (dalla presentazione alla mostra personale; Bologna, Gall. De’ Foscherari)
Da sempre, in Sartelli — e cioè dall’ormai lontano 1950 — la forma è tutto. Anzi, si dovrebbe dire, vorrebbe essere tutto. Sartelli, semmai, la tiene in quarantena, la deposita, mai ferma, in una specie di limbo dove essa non riesce mai a trionfare. Ma bisogna aggiungere ancora che neppure il velame che ci separa da lei, e che la rende ora lontana, ora improbabile: ora vicina, ora imminente, riesce a divenire diaframma esistenziale o psicologico definitivo. L’attuale mostra di Sartelli è il paradigma di questo equilibrio esemplare fra un formalismo perfetto ed uno psicologismo cosciente. E questo equilibrio è maturato negli ultimi anni, ancora di più. Ricordiamo i tempi: prima Sartelli raccoglieva, lungo itinerari e sentieri impensati, oggetti naturali. Potevano essere foglie, cicche di sigarette, lamiere arrugginite, rami d’albero, fili di ferro. Il risultato era poi nella operazione che dava forma a questa sostanza. Da un naturalismo itinerante, decisamente romantico, l’oggetto transitava ad una funzione compositiva, inamovibile. L’iter era dunque quello della natura alla forma, attraverso lo stile: uno stile, quello di Sartelli, tutto versato nella prassi quotidiana, ricco di inflessioni sottili e irriconoscibili, ma ad altissimo livello europeo. Fu così che, in tempi di informale, nello studio di Imola la natura apparentemente più brutta e povera assumeva forme costrittive di eleganza perfino esasperata. L’equilibrio, secondo questa clessidra che Sartelli ribalta in apparente discordanza coi tempi, doveva rivolgersi più tardi. Ai tempi della figurazione, Sartelli rispose con un massimo di aggressività naturalistica. Ci fu anche qui a Bologna una mostra dove le sue “ragnatele” e cioè composizioni di vere e proprie ragnatele, apparvero a tutti dotate di una solitaria brutalità ancestrale, ovale scomposite per un attimo sul mistero della vita più profonda, pulsante. Copriva tuttavia queste composizioni un velo di plastica: una specie di assurdo epitelio, in perfetta contraddizione con il contenuto, que pure sosteneva e correggeva. Mi sembra oggi chiaro che Sartelli si era trasferito tutto in quel velo, abbandonando il consueto veicolo naturale, quello regressivo, costituito dalla natura. Era il velo che conteneva, mostrava o celava, metteva a fuoco o sfuocava, quell’orrida poltiglia. A questo punto è possibile entrare nel giuoco proposto dalla mostra attuale. Vediamo: Sartelli è rientrato in dimestichezza con il mondo delle forme. Prende sedie, addirittura tavoli, ma soprattutto prende oggetti di plastica (cioè forme prive di peso e per di più forme plagiarie). Le compone in atteggiamenti apparentemente innocui, volutamente semplici. Abbassa poi su queste forme un diaframma, qualche volta di fibra di resina, altre volte di lana di vetro. E’ evidente che la distanza fra il velo — sul quale l’occhio va a fuoco — e gli oggetti contenuti dentro la camera ottica, è calcolata, precisa. E da questa distanza si ottiene la “liberazione” dell’oggetto dalla sua circostanza servile, parassitaria. E’ raro ricordare qualcosa di più puro, forse anche di più liricamente puro, che non la bottiglia che affiora da dietro la fibrillazione luminosa del piano visivo di appoggio, in questa stessa mostra.
Andrea Emiliani 1969 (dalla presentazione alla mostra personale; Bologna, Gall. De’ Foscherari)

