CONCETTO POZZATI
1969
# A E DA POZZATI
Un modo nuovo di presentare un artista può essere quello di farlo parlare costringendolo a reagire. Chi meglio di uno dei mestiere può conoscere i suoi punti di minor resistenza? Per questo ho inviato una lettera ad alcuni artisti italiani, invitandoli — se la cosa li interessava — a rivolgere una domanda, anche la più imbarazzante, a Pozzati.
La mia lettera spiega, nelle domande pervenute, alcuni riferimenti alla mia persona, che qui vuol essere proprio soltanto quella del moderatore in una tavola rotonda per corrispondenza. Hanno risposto Rodolfo Aricò, Enrico Bai, Vasco Bendini, Guido Biasi, Pier Paolo Calzolari, Alik Cavaliere, Mario Ceroli, Gino Marotta.
Scambio delle parti, fair play, esibizionismo, masochismo, finzione al quadrato? Tutto va. Chi non è diventato bravo in questi giochi? Le parole, si sa, sono una maschera. Ma parlando si dice sempre la verità.
PIETRO BONFIGLIOLI
## ARICO’
Benché non creda a una palestra siffatta e al modo di misurarsi più o meno intelligentemente con domande e stoicamente con risposte, invio una domanda che in fondo vorrei inviare a molti, ma che trovo ora l’occasione di effettuare.
Qualche anno fa nella vostra Bologna fu progettata e allestita una mostra (che non ho visto) dove appariva come titolo una frase nella quale si inseriva la parola fatidica « contestazione » (perdona la mia scarsa memoria). Reagivo allora (come oggi) all’idea di una mostra del genere, cosciente, com’ero e sono, che qualsiasi prodotto mercificabile anche se moralmente ambiguo ecc. non risponda per niente al supposto concetto e sia non solo un paradosso ideologico, ma squallidamente una prova di ambiguità morale e opportunistica.
Cosciente che il silenzio, l’inattività estetica, sia l’unica vera, patita lotta contestativa per un artista.
A Venezia, poi, ho visto molti artisti contestare una manifestazione che portava, anche se discutibile, un contributo di conoscenza culturale (ma l’analisi personale degli eventi mi porterebbe troppo in là) e ho saputo che gli stessi si affannavano per essere presenti in una mostra come quella mercantile di Firenze. Sono i camaleonti dell’odierno panorama del mondo artistico.
Ora tutta questa tirata noiosa per rivolgere finalmente una domanda: come concilii l’idea di un prodotto concepito anche con una componente d’alto valore artigianale, e perciò mercificabile al sistema neocapitalistico borghese, con la posizione contestativa rispetto alla tecnologia del sistema e al sistema stesso (posizione auspicatrice di riforme strutturali sulle quali mi trovi ampiamente d’accordo, almeno e più d’accordo contro la tecnocrazia)?
P.S. - Testimonianza per Concetto: Sono ormai molti gli anni trascorsi dalle nostre prime esperienze e non ci è mai mancata la stima reciproca (penso). Anche se grandi iperboli di grandi pause sono intercorse dalle nostre vecchie, appassionate lettere, mai è mancato quel tenuissimo filo umano che sintonizza le nostre ricerche. Le mie alle tue come misura o come alternativa.
## POZZATI
Anch’io, qualche anno fa, ero sinceramente ingenuo o presuntuosamente conscio che un’operazione « contestativa » del fare artistico fosse l’unica e l’ultima possibilità di graffiare, di provocare, di distruggere, di negare, o almeno di sollecitare conflitti e paure, di capovolgere le carte, di fare guerriglia. Qualsiasi operazione, pure quella che, per me, passava attraverso l’ironia dissacrante, è stata strumentalizzata, assorbita, addolcita, codificata ed incasellata. La dissacrazione, il disagio, il conflitto, la falsità, la nausea non sono state sufficienti. Il sistema riconduce il cavallo di Troia al museo e lo glorifica. L’ambiguità come finta finzione non ustiona più. Che fare? Continuare ancora con altri cavalli di Troia o con finti mazzi di fiori ad orologeria? Forse.
Sono altrettanto convinto che la posizione di un « artista » è quasi impossibile, almeno sino a quando egli non avrà coscienza della propria strumentalizzazione, della propria separatezza specifica e sino a quando non si riconoscerà come uomo-intellettuale piuttosto che come uomo-artista.
Inoltre gli atti che dovrà compiere saranno di tipo politico-culturale e non più culturale-politico. Sono d’accordo che la coscienza dell’inattività sia l’unica lotta (« patita ») contestativa perché toglierebbe energia al sistema, e non solo a quello dell’arte. L’inattività si rovescerebbe in operatività creando un vuoto che farebbe scricchiolare le strutture. Ma se il « silenzio » diventa limbo di masturbazione poetica, allora continuo (o ricomincio) con i finti mazzi di fiori ad orologeria e i piccoli cavalli di Troia. Per me non è ancora (purtroppo?) arrivato il momento della sospensione operativa: credo però che qualsiasi operazione artistica (mercificata o, logicamente, prossima alla mercificazione) non presenti la esaltazione della merce ma rovesci l’idea dell’arte rendendola merce.
Forse è ancora un salvarsi in calcio d’angolo, e ancora accettare di essere incantonati (ma non del tutto disarmati). Se tu dici al tuo vicino che l’« arte » non lava o non fascia più le piaghe del mondo, che non gli dà più un’ora settimanale di godimento spiritual-estetico, che forse non esiste, allora constaterai il suo stordimento e, probabilmente, non ti saluterà più con riverenza e non ti inviterà più all’ora del te. Se poi lo informi che tu non sei un uomo libero perché, sfortunatamente, sei un « artista », allora quel vicino avrà perso un colpo, dovrà riempire — non contemplativamente — la sua ora settimanale. Inoltre sono fortemente convinto che qualsiasi atto (anche « poetico ») o prodotto invenduto o invendibile diventi Merce.
Scusami se non ho risposto interamente alla tua terribile domanda, ma se dai un’occhiata alle domande di Baj e di Ceroli, vedrai che il discorso continua.
### BAJ
Le domande che la gente rivolge ad un pittore sono sempre le stesse e le più ovvie: perché dipingi? Da parte mia vorrei solo chiederti: la tua è arte « povera» o arte « ricca » (anch’io ho una mostra, tutta di plastica, da Marconi)?
### POZZATI
Desidererei rispondere anche alla domanda « ovvia » della gente: Perché dipingi?, che io rovescio in quest’altra domanda: perché fai ancora della pittura? Innanzitutto il pennello è uno strumento per negare il pennello stesso. La pittura per negare la pittura. L’uso dei materiali pittorici (vecchi) visti attraverso la tecnica del raggelamento e contaminati con altri materiali.
Ieri la società rispecchiava la propria faccia pulita nel « mestiere » dell’artista, creando per lui un luogo specifico e separato; ma oggi tende a distruggere questa separatezza e questa specificità, facendo del prodotto artistico un prodotto comune o bene di consumo. Di fronte a questa situazione ci sono tre vie (almeno non ne trovo altre):
1) il « silenzio », la sospensione operativa, e cambiare mestiere (ma un mestiere vale l’altro!);
2) adottare nuovi mezzi, nuovi strumenti e nuovi materiali con la fiducia (un bell’ottimismo!) che essi, in quanto nuovi, siano meno funzionali al sistema (ma sarebbe solo un cambiar vestito e ricadere pari pari nel gioco delle tendenze, che sono un prurito avanguardistico);
3) continuare a usare i « vecchi» strumenti e i « vecchi » materiali estraniandoli, spaesandoli, contaminandoli e trasformare il mestiere (sacro) in **professione**. Ciò comporta la rinuncia a tutti i privilegi di carattere estetico-espressivo attribuiti alla figura tradizionale dell’« artista ». La contraddittorietà è implicita perché coincide col massimo grado dell’integrazione e della specializzazione. Tuttavia, solo a questo livello la riduzione dello statuto privilegiato e separato dell’artista a quello specializzato del professionista può creare una prima condizione di ribaltamento. Solo quando l’artista, riconoscendosi, diventa un uomo come tutti gli altri, accettando tutte le mansioni prestabilite dalla società, può contribuire al rovesciamento della società stessa. Questo per negare quello o, meglio, questo per negare questo.
Arte povera? arte ricca? Su che cosa si identificherebbe la differenza? sui materiali? Mi sembra troppo semplicistica anche la « ginnastica del corpo » sì, gli atti poetici non sono ridotti anche essi a beni di consumo? Il gesto o l’azione ripetuta o rifatta davanti alla TV perde tutta la sua « povertà ». Non mi pare che nemmeno l’arte « povera » sia una via d’uscita (anche se è stata una buona operazione eversiva), se per arte « povera » s’intende il tentativo di sottrarsi all’oggettivazione-alienazione, distruggendo l’oggetto, impoverdolo, rendendolo impraticabile, approssimativo, casuale o, addirittura, riducendolo alla gestualità corporea. L’anti-oggettualismo dà un risultato uguale e contrario all’oggettualismo e la sua fruizione passa per i soliti canali. L’arte « povera » s’identifica così con l’arte « ricca ». Ma esiste l’arte?
BENDINI
uff uff ffi uff ffi uff caro Concetto e Bonfiglioli Caro Pozzati e caro Bonfiglioli Caro Pozzati e caro Bonfiglioli Caro Concetto e caro Pietro pietro concetto Pietro uff ffi uff ffi uff ffi uff ho mosso una gamba e sto raccogliendomi meglio tra le braccia sotto le lenzuola uff ffi uff ffi uff caro concetto caro pietro, io, ho molto parlato con voi, la notte, prima di coricarmi, e la mattina, in dormiveglia (una volta anche di giorno mentre accarezzavo il volto di Gelean, ricordo) e dicevo la prima cosa che mi importava del tuo lavoro, concetto e domandavo perché pietro mi scrive non ho altro da fare? mi ricordavo poi di Concetta (ma c’era un’altra persona di cui non ricordo però il volto) che una notte di sorpresa mi assalì io fuggii e perdi molto sangue ma parlavo intanto e dicevo ogni sera ogni notte le mattine io mi trovo così spaventato ad ascoltarmi mi dico ho voglia di morire e se muoio piano piano come moro piano piano le gambe che si fermano il braccio inarcato le braccia incrociate fendenti assenti brontolio di budella il mondo come un ganglio del tronco sordo a mezzo del tronco un disco piano, concetto tu sei come una scialuppa fantasma tu non puoi morire non sei mai e tu pietro perché chiami me ad un appuntamento? io sono fragile sto spegnendomi e il concetto che potrebbe nascere al ritmo del mio respiro (ora ricordo, non erano un disco, c’erano altri piccoli gruppi che gesticolavano) scende sempre più ansioso in silenzio ma come se urlassi pronunziavo i nomi pozzati bendini pozzati bendini pozzati io le gambe che si piegano fini leggere mi crescono in mezzo il pene l’impressione che il ganglio al centro del tronco si sciolga perdo la sensazione della sua presenza questo il rito bugiardo per convincermi di alzarmi per poi fingere di fingere.
POZZATI
Il tuo lenzuolo bianco - « Spegnendosi » - si ha conoscenza del proprio prodursi. È vero: I riti sono bugiardi - La libertà è una menzogna - « Fingere di Fingere » - Il filo più vero dell’ero - uff ffi uff duro del semplice travestimento.
BIASI
In talune tue opere recenti comparivano, in guisa di fondi decorativi, alcuni motivi (ripetuti) che non addirevano avuto un ruolo di protagonisti. Si trattava, allora, di immagini espressioniste di natura organica, che argomentavano un discorso in sé. Compaesivi la metamorfosi che esse hanno subìto, il loro « declassarsi », la loro trasformazione in elementi puramente decorativi (neanche ossessionali, direi), la loro riduzione ad una funzione accessoria, da tessuti di fondo o da carta da parati? Se, come si potrebbe a prima vista pensare, si tratta di citazioni da sé medesimo, non ti pare che questo tipo di autocitazione sia illegittimo? o per lo meno inefficace?
POZZATI
Il mondo organico, la sua lievitazione da sottosuolo, era, alcuni anni fa, il protagonista del quadro; messo poi a conflitto con immagini prelevate dall'universo iconico comune ha (nel '64-65) subito uno scarto notevole attraverso l'idea di raggelamento, di vetrificazione, di mummificazione, ridotto a falso prodotto organico. Non più la immagine privata, soggettiva, il marchio, il contrassegno stilistico, a cui tutte le « cose » anonime e pubbliche giravano intorno mettendo, e mettendosi, a disagio o creando il conflitto. Anche il fantasma è stato ridotto a merce attraverso una falsità rigorosa. Anche il « segno » privato è stato ridotto a codice attraverso la ripetizione seriale del segno stesso; operazione questa che ha svuotato l'immagine degli umori e delle caratteristiche originarie.
Il privato è diventato comune. Lo stile si è trasformato in strumento che mi serve come una qualsiasi altra immagine, creato, dopo tutto, per essere utilizzato.
Non sono, quindi, autocitazioni, narcisismo, costanti di sé medesimo. E' legittima questa operazione di rapina (non mimetica)con scarto in proprio, quando noi stessi diventiamo — purtroppo — valori di scambio.
BIASI
Vedo la tua opera come qualcosa di assai estraneo al clima di ricerche italiano, ed anche di un gusto e di una natura del tutto diverse. Curiosamente, allorché io osservo le tue cose, ho l'impressione di trovarmi di fronte alle opere di un artista tedesco. In un certo senso, mi pare perfino che tu abbia delle preoccupazioni analoghe a quelle di molti giovanissimi artisti tedeschi contemporanei. Forse sollevo qui un falso problema di caratterizzazione: ma tu, personalmente, cosa hai da dire su queste mie impressioni?
POZZATI
Non vorrei che la « caratterizza- zione » che mi chiedi cadesse, per forza, nella scatola chiusa delle tendenze. Non credo alle tendenze, ai climi adatti e di ricerca, alle corporazioni stilistiche, agli avvicendamenti e ai pruriti formali, comuni a uno o più gruppi. Francamente non mi ero mai posto il problema di essere nel o fuori dal clima operativo italiano o di avere degli agganci e « preoccupazioni » analoghe a quelle di molti giovani artisti tedeschi. Pensando al mio periodo organico - viscerale del '62-63, trovo delle « analogie » con qualche artista tedesco come Antes; il modo di procedere e le scelte « stilistiche » (surrealismo, segnaletica ancora partecipativa, Légér, ecc.) potevano coincidere. Però agivo ancora nel filone ombelicale e naturale delle scelte compatibili col mio lavoro.
L'analogia poteva esistere (e sono felice di riscontrarla perché stimo moltissimo il lavoro di Antes) sino a quando ho utilizzato la rapina nel senso di prendere a prestito le cose di altri, senza truccarle o ridurle (interpretandole), per sollecitare un conflitto che era (è) coscienza della contraddizione. Da quando la rapina è divenuta provocazione, trovo molti più agganci con altri artisti italiani e inglesi che non con i giovani tedeschi.
Tuttavia preoccupazioni analoghe alle loro, nel mio lavoro più recente, possono ritrovarsi nella volontà comune di riduzione segnaletica delle immagini, o meglio, di sostituzioni dell'oggetto a segno, a pezzo di lingua.
CALZOLARI
Caro Concetto, senti che prospettive hai, sai conciliare i tuoi problemi più elementari con la struttura con la quale litighi e convivi.
Quando la pretestuosità pretesa didattica dimostrativa petulante « marxista » borghese inventiva terapeutica perché dichiaratoria a-rivoluzionaria perché giornaliera burocratica e «statale» (come se) morbosa perdono proustiana brumosa (non da brumaio) del prof. Bonfiglioli (ops identifico, attenzione è di cattivo gusto) ma insomma della buona educata rivoluzionaria cultura bolognese non ti coinvolgerà più (può anche essere no) (non è successo forse di già?) come deciderai di alzarti al mattino sui piedi di tuffo con la testa di fratturarti il setto nasale o qualche altra cartilagine che non so, si insomma deciso che i lavori le opere (ed è vero) sono i residui le feci i liquidi della nostra realtà (poetica, e non, dico anche politica) tu cosa deciderai?
Mi interessa, non un pizzico di polemica molto amore a Concetto confetto.
POZZATI
Conciliare i propri problemi è terapeutica borghese. E’ un alibi. Litigare per convivere? Convivere per litigare? Se concilio sono fottuto. Vivo contraddittoriamente. I problemi, ora, non sono teorici né poetici; sono pratici e politici. Non sono un « impiegato » marxista, ma sono marxista. Non voglio essere didattico ma didascalico. La rivolta è educata; la rivoluzione non lo sarebbe. Ma chi farà la rivoluzione? Non certo gli artisti.
Se incominciassi a fratturarmi il setto nasale o qualche altra cartilagine, mi educherebbe e mi informerebbero sul senso del mio corpo. La conoscenza del mio (MIO) naso condizionerebbe il mio modo di essere e sarei nuovamente controllato da colui che ha scoperto che solo il MIO naso è fratturato. Il MIO non esiste. Il mio naso è un oggetto che ho ridotto a segno. Il « mio » è comune. Perché questa paura di essere « nel »? Esiste forse un’operatività « fuori »? Essere « fuori » non significa essere liberi (il mio è ancora un vecchio gioco marxiano?)
lo voglio agire re agendo. L’inquietudine diventa pratica. Il giorno che « deciderò » e vedrò l’erba non più di plastica, quando ri cadrà la pioggia, quando la nube non sarà più una vescica gonfiabile, quando le « cose » non saranno più uno stampo, quando non mi avranno più fregato con la conoscenza, quando del termine « negazione » non saprò più il significato, allora (forse) sarò felicemente libero e mi guarderò ai miei vecchi specchi (les regardeurs) ancora oggettuali, incazzandomi se il mio naso non sarà fratturato. Ma non mi accorgerò di quel mio gesto e, quindi, non lo pubblicizzerò.
Per ora sono ancora, e continuo, Metà e Metà. Tuo conc(f)etto.
CAVALIERE
In che misura ritieni di poter agire liberamente nella scelta dei tuoi contenuti e nella elaborazione stilistica degli stessi? In che misura ritieni di poter partecipare (contribuire) con il tuo lavoro di artista ad un rinnovamento culturale (e sociale)? Pensi che esista la possibilità di una cultura che contribuisca a tale rinnovamento? In che misura ritieni di dover integrare il tuo lavoro artistico con una parallela attività pubblica (o politica) per sentirti « moralmente » in regola con le istanze attuali? Delle tre domande, in caso di eliminazione, mi basterebbe forse l’ultima in quanto non ho avuto modo di sentire il tuo parere sul brutto pasticciaccio degli happenings sindacali di Bologna.
POZZATI
Fare l’artista credo sia uno dei più forti ricatti e una delle contraddizioni più esplicite. Se il contributo che porti diventa uno strumento di puro rinnovamento estetico con riduzione delle cose a semplice godimento formale e a masturbazione collettiva del bel vedere, continui ad aumentare i vizi e le richieste della società. Dubito che il lavoro artistico modifichi le strutture sociali. Al massimo presenta, non rappresenta, le contraddizioni e gli sfasamenti. La domanda che mi fai se la pongono un po’ tutti gli artisti o tutti i « professionisti » sensibili a quello che succede fuori della loro campana di vetro.
Ieri, analizzavo le cose parallele e le riconducevo al mio lavoro; oggi mi interessa quello che accade, mi preme sempre più stare nel, in mezzo alla gente, parlare per non essere più separato, per non sentirmi più artista. Quando svolgo la mia attività di (ex) « insegnante », compio un preciso atto pubblico che diventa politico; sono totalmente disponibile nel considerarlo un relais sensibilizzato, provocato, che, riconoscendo l’altro, si riconosce. Questa « attività parallela » è il mio momento di felicità e libertà. Il lavoro artistico mi fasentire spesso represso e separato e non « moralmente in regola con le istanze attuali ». Forse è colpa mia. Continuo ad essere diviso, ambiguo, metà e metà. Non so ancora eliminare questo disagio. Ma la consapevolezza della stessa contraddittorietà mi porta avanti.
Mi chiedi un giudizio sulla « proposta per una manifestazione incontro » che si è tenuta a Bologna avendo io stesso collaborato alla sua realizzazione. Innanzi tutto non era una rassegna di neo avanguardia impostata sugli happenings.
La mostra nacque da un incontro di operatori artistici che, vista la impossibilità di organizzare una mostra tradizionale di professionisti qualificati (come sarebbe stato più facile invitare 25 30 « campioni » dell’arte attuale! immagina gli applausi qualitativi e gaudiosi), ha promosso un incontro col pubblico al quale hanno partecipato anche (capovolgo il rapporto) artisti, critici ecc.
L’importanza dell’idea (di questa si dovrebbe discutere più che del risultato) è di avere abolito la competitività, le commissioni invito e di accettazione, le graduatorie, le tendenze, i pruriti personali, il mettersi in vetrina, i piedistalli e le pastette della cultura, le baronie dell’arte, il corporativismo, le codificazioni, le benedizioni della critica.
Si sceglieva, non si era scelti.
Gli altri, tu, io, tutti, potevano essere la manifestazione. Non era l’abbraccio qualunquistico e generico del « vogliamoci bene », ma una mescolanza, un baraccone, un « pasticciaccio», che dissacrava i sistemi piramidali, le punte, le tendenze. Bastava essere presenti. Anche qui, forse, esisteva una contraddizione: la manifestazione aveva sì il pregio di rompere la separatezza specialistica ma poteva correre il pericolo di diventare un’altra istituzione, un po’ più democratica e avanguardistica. Prima però che l’idea fosse strumentalizzata, sarebbe passato un po’ di tempo... Era già qualcosa.
CEROLI
Nell’odierna situazione « contestataria » che funzione ha il tuo lavoro, quali sono le sue prospettive e le sue finalità di ricerca? Quali sono — a tuo parere — i motivi che inducono gli artisti alla contestazione? Data la tua coerenza e specializzazione di pittore, come ti comporti di fronte alla « contestazione » che è fatta, soprattutto, dagli artisti non specializzati?
Tenuto conto delle due domande precedenti, come definisci la situazione dell’arte, oggi, in Italia? C’è una crisi? Chi l’avalla? Quali sono le sue ragioni?
POZZATI
C’è — tu dici, diciamo tutti — una situazione di crisi nella produzione artistica in Italia (solo in Italia?). So che attribuisci la crisi a una impotenza produttiva, a un vuoto di idee, dentro cui si precipitano (e ci sguazzano) le manifestazioni contestative di dilettanti che cercano, a buon mercato, di mettersi in vetrina, di salire il primo gradino per soppiantare e sostituire il protagonismo degli « specialisti ». So anche che, al di sotto degli aspetti esteriori (e marginali) di questo fenomeno, riconosci una serietà di fondo, un impegno, alla cosiddetta contestazione e ritieni necessario il confronto con essa da parte di un « professionista ».
In Italia la contestazione artistica, esclusi pochi casi, è stata, purtroppo, corporativa: si è contestato all’interno della scatola che la società ti ha costruito. L’artista si è sentito un agente della contestazione perché la società l’ha sempre riconosciuto un uomo più libero degli altri, proprio in quanto artista. Così è stato fregato e ha ricostituito lo statuto borghese che vuole gli artisti dentro all’arte, come gli operai nella fabbrica e gli studenti (docili) nell’università.
Può darsi che la contestazione abbia avuto un’origine culturale artistica (beats, hippies, neo avanguardia, rivoluzione linguistica, movimenti out), ma questa origine è stata negata, bruciata e, forse, ridicolizzata dalla contestazione politica (guardie rosse, guerriglia, black power, movimento studentesco). La contestazione, da artistica, è diventata politica.
Ora, un'operazione artistica contestatrice ricade purtroppo in una operazione d'accompagnamento « illustrativo » o può ricostituire una forma di neo realismo o, bene che vada, può rappresentare un estremo episodio di neo avanguardismo.
Oggi non si rappresenta né si presenta, si agisce. Non si modifica la vita con l'arte. Dal momento stesso che traduci il vecchio sfrenato soggettivismo in oggettivismo lucido e consapevole, ti muti in operatore pubblico (esci dalla tua torre d'avorio); la società ti eguaglia nel sistema falsamente unitario (in realtà dissociato) delle specializzazioni; sei un professionista (perché no?). Su questo piano demistificato l'artista può riconoscersi come produttore di cultura, cioè come intellettuale. La contestazione dovrebbe partire da questo punto e non sviare (ancora una volta artisticamente) il problema con un ritorno sfrenato e masturbatorio al soggettivismo o con la presunta non integrabilità del dilettantismo generico. L'artista è sdoppiato, porta avanti due esperienze. Da una parte continua la sua produzione, il suo mestiere, perché vive di esso, dall'altra compie degli atti politici. Mi affianco ai movimenti eversivi e sono disposto a pagare di persona (almeno spero); sul piano professionale porto avanti un'operazione demistificante (non a caso non sono un estetologo della tecnologia e non faccio riti « poetici »), consapevole, però, che smuovo ben poco e che graffio sempre meno.
Gioco con una bomba, rischio di contestare me stesso; è probabile che l'azione politica renda legittima la scomparsa del mio « mestiere». La contestazione politica è la causa della crisi attuale, che non è scoppiata per mancanza di talenti o per naturale impotenza produttiva. Anche questo può diventare alibi?
MAROTTA
Quale possibilità di sviluppo può avere l'aspetto comportamentistico nell'arte al di fuori dell'intervento lavoro idea? Secondo te, la nostra generazione è vicina alla pensione? Quale importanza ha per te l'impegno lavoro nell'operazione artistica?
POZZATI
Comportamento? L'azione è (politicamente) identificabile come comportamento? E' un gioco comportamentistico di azione reazione, trasmissione ricezione? E' uso del proprio corpo? E' usarsi (identità di trasmittente e ricevente)? E' gesto? ginnastica del prodursi? lievitazione spontanea? antiprofessionalità? E poi, comportamento nell'arte o comportamento dell'arte? Se per « comportamento » intendi la riduzione dell'arte alla gestualità recitazione. Il rifiuto del prodotto come tentativo di sfuggire alla oggettivazione alienazione, direi allora che non si è fatto un passo avanti: siamo ancora al gesto della propria genialità, all'azione « artistica ». Non cerco la lievitazione spontanea(?) del corpo per negare la professionalità. Solo impadronendomi di quest'ultima, posso tentare di negarla. La concezione « comportamentistica » dell'arte, posso sbagliare, ritengo che non abbia sviluppi, anche se debbo confessare che gli sviluppi di quello che tu chiami « intervento lavoro idea», e che io chiamerei, se ho ben capito, « professione», sono soltanto una scommessa. L'arte « povera », come gioco di comportamenti, fa della guerriglia guardandosi allo specchio. Siamo stanchi di rincorrere le tendenze che si divorano a vicenda, siamo stanchi di inseguire l'« autre ». Forse siamo tutti in pensione; o forse l'irriducibile è qui, non fuori. L'arte stessa è in pensione e non è un vestito nuovo che può salvarci dal giubileo.
L'impegno è doppio e quindi contraddittorio (i moralisti direbbero equivoco). Esiste un impegno di vita che è costituito da gesti o da azioni pubbliche e un fare professionale che è diretto a produrre — poiché è impossibile sottrarsi alla produzione — un'idea negativa dell'arte (non una nuova idea dell'arte). Le cose sono rovesciate.

