QUALE CHIAREZZA?

FEBBRAIO - MARZO 1972

L’ambiguità della chiarezza

L’arte moderna nasce per idee chiare e distinte, ma si riconferma sempre nella confusione « vitale ». In questi termini è racchiuso il corso drammatico ma indubbiamente ricchissimo dell’arte del nostro tempo: il suo continuo trascorrere, come luogo di massima tensione creativa, dalla chiarezza estrema dell’affermazione unilaterale, al riflusso in una condizione aperta ad una contradittoria, ma vitale multilateralità. Vale a dire insomma che la chiarezza decade presto nell’astrattezza formale, come, a sua volta, del resto la confusione « vitale » decade in « routine », in abitudine di comodo, e magari anch’essa in formalismo. Dunque, se la chiarezza è la lucidità dell’intuizione e della determinazione programmatica, e il senso preciso della più autentica azione creativa, può tuttavia subito dopo capovolgersi in chiarezza meramente formale, che è ancora tuttavia chiara dignità di forma a livello d’istituzione linguistica, per finire poi però in forme chiare, cioè educate, perbenistiche, innocue, insomma decorative: e a questo traguardo la chiarezza può riuscire del tutto reazionaria, conservatrice, cioè negativa. La chiarezza dunque in quanto tale è misura più che mai ambigua, e certamente rischiosa, ove non subito verificata al suo maggior livello di tensione euristica.

Né privilegerei la chiarezza come unica matrice creativa nel corso storico, infatti riccamente molteplice e intimamente dialettico, dell’arte del nostro tempo, intendo dell’arte nuova che questo nostro tempo rappresenta ed esprime. Ma appunto, denunciata l’accezione formalistica ed esteriore della chiarezza (invischiabile troppo facilmente in mozioni di ritorno all’ordine e in intenzioni restaurative e reazionarie), resta pur la necessità di quella chiarezza intima e originaria, a monte d’ogni determinazione formale, che è la lucidità ideologico-esistenziale dell’intervento formativo: e che si verifica allora proprio all’origine delle mozioni più diverse, anche delle più sottilmente ambigue, non è intendo privilegio di Mondrian, per esempio, ma anche di Bacon, della chiarezza di determinazione della sua ambiguità più alta. E questa chiarezza è insurrogabile, e si verifica ad un’altezza di tensione che raramente può essere prolungata, e pertanto tende appunto a capovolgersi in chiarezza formale, sulla china del decadere del valore di chiarezza, in senso creativo.

Resta tuttavia vero che in congiunture culturali diverse può prevalere appunto il mito della chiarezza, costruttivistico, puristico, oppure quello, opposto, della confusione « vitale », espressionistica, attivistica, ecc. Così infatti, se nei decenni dominati dal vitalismo informale, dalla sua radicalità di confessione esistenziale, il mito di tale confusione prevaleva, nelle ricerche successive, e da un decennio a questa parte sembra prevalere in fondo, e sia pure in modi e giustificazioni diverse, il mito opposto.

L’ambiguità della chiarezza è nei diversi livelli e valori ai quali può essere ricercata e verificata. In fondo per me resta valida come misura di assoluta capacità probatoria del ruolo dell’opera nel concretare un atto di giudizio, ontologico, escatologico, sociologico o sociale che sia, sulla realtà, sul mondo, sul nostro mondo.

Enrico Crispoliti

Ugo Nespolo, La curiosità del Signor Newton, 1971

# Quale chiarezza? Quella

che si pone come ipotesi, non come definizione;

che di fronte al necessario dilemma fra estensione e intensione non ha dubbi e sceglie la seconda possibilità di lavoro;

che ama provocare il dubbio;

che manda in scena una fanciulla violentata e piangente facendola seguire immediatamente da un clown che ne scimmiotta il pianto;

che evita la dichiarazione diretta conoscendo i valori e gli inganni dell'espressione;

che utilizza la ragione pur conoscendo tutti i rischi della ragione;

che utilizzando la ragione pensa idee non condizionate e con ciò supera il dato istituzionalizzato;

che utilizzando il processo per il quale si passa da proposizioni già note, o assunte come vere, ad una verità altra, costringe freddamente a una lettura per lo meno duplice;

che non intende sfuggire mai all'intenzionalità;

che sa come dietro ogni segno visibile si nascondano segni invisibili;

che sa come il linguaggio dei « segni tratti dalla vita reale » non è il linguaggio dell'invenzione (della libertà) ma il suo condizionamento inevitabile;

che rifugge dal sentimentalismo perché vuole asserire, non commuovere;

che insiste nel voler creare una situazione di straniamento;

che non riduce l'arte alla politica ma tende a fare politica con il suo porsi autonomo in quanto arte;

che usa più volentieri l'ironia;

che si prefigge di punzecchiare continuamente i palloni della retorica;

che sa come se il cane di Pavlov improvvisasse, al suono della campanella sbaverebbe lo stesso e avrebbe la sensazione di aver fatto tutto da solo e direbbe con orgoglio erroneamente lapalissiano « Sto sbavando »;

che non pretende di essere un manifesto, ma una manifestazione;

che non cerca giustificazioni al di fuori di sé;

che ama la linea retta, il colore puro, il segno netto, la curva marcata;

che a scanso di equivoci filtra e controlla tutto ciò che gli altri credono spontaneo;

che tende a comprimere più significati nel minore spazio possibile;

che sa come l'arte sia nella società nella misura in cui vi si oppone.

Roberto Sanesi